2° Classificato "Premio Nazionale Ori di Taranto - VI Edizione - Maggio 1998"
Recensione dell'opera
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"Acque sante, acque marcie"
di Tommaso Di Ciaula
E' sempre bello viaggiare con la fantasia, specialmente se ad accompagnare il cammino è il piacevole rimembrare (quasi leopardiano) di immagini evanescenti, di sapori irreversibilmente passati, di piccole e piccole piccolezze che , a volte, rendono più grande, più ricco, il già grande e ricco mondo della Storia.
Se, poi, si affronta il tutto con un pizzico di velata ingenuità e di positiva malinconia per quel tempo che, imperterrito, passa e non ritorna più, si ottiene quella carica esplosiva che rende l'opera "Acque sante, acque marce" di Tommaso Di Ciaula un oggettivo e minuzioso acquarello della nostra amatissima terra, una terra rutilante di colori, pregna di sapori forti e maliziosi. Terra ammiccante, severa, spudorata , terra dal glorioso passato, culla di gloriosi popoli, terra orgogliosa di chiamarsi Puglia.
Qual è, allora, l'orgoglio maggiore per una terra, per un popolo, se non quello di scrutare in fondo ad un angolo buio e scoprire di avere una storia propria, una pur umile derivazione o deviazione che possa allacciarsi al grande corso degli avvenimenti umani, ai corsi e ricorsi storici vichiani dei tempi più remoti ?
Chi non ha una storia, non può assolutamente chiamarsi popolo !
Chi non ha alla propria base un substrato su cui poggiarsi, non può pretendere di erigersi ad affrontare a testa alta il futuro, a guardare oltre, non può pretendere di progredire in un mondo così crudele, così bastardo, così povero di valori, in un mondo in cui la disperazione dilaga, in cui hanno ucciso i sogni, i veri desideri e la disperazione, la rabbia è figlia della confusione e dell'ignoranza !
E' perciò grave colpa e vergogna trascurare ed ignorare la storia del proprio focolare.
Purtroppo, la società attuale è afflitta da una grave malattia, la più grande malattia, la più terribile di tutte: non saper dare un nome al proprio malessere. Essere senza memoria, senza riferimenti, senza modelli ideali, senza radici: l'ignoranza !
Tale morbo regna incontrastato tra la gente e i poeti (quelli veri, autentici), fra i quali Di Ciaula ha ben dimostrato di rientrare, gridano invano nel deserto !
L'odore prorompente di maturi grappoli d'uva, la maestosità dell'Ulivo, pacato e paziente sovrano di queste terre, i profondi ed arcani silenzi dei boschi, la gioiosa presenza delle veraci cicorielle selvatiche, del timo più profumato, del lentisco, del perastro, i caratteristici muretti a secco delle campagne, il mare spumeggiante, gravido di un blu intenso, e i ciliegi, e i mandorli in fiore e i mulinelli di polvere, i violini dei grilli, il bagliore del blu di quei cardi selvatici, le foglie leuceolate del rosmarino, e il giallognolo, e il vermiglio ...
Che meraviglia! Estasiante!
Ma lì, da quell'altra parte, cos'è quell'obbrobrio ?
E' l'uomo, l'operato criminale dell'uomo, delle sue false certezze, della sua ignoranza !
Qui giù l'odore della terra arata di fresco, lì su il fumo di un bel bianco sporco e zozzo.
Che contrasto schifoso !
Ed ecco quindi spiegato il rifugiarsi del poeta nella santità delle Cattedrali, il suo accostarsi all'acquasantiera ad ogni tappa del viaggio.
Il viaggio, il suo viaggio, il viaggio dell'Umanità: fuga disperata dagli obbrobri umani che trova consolazione e ristoro solo nei frutti della natura, nella mitica melagrana che occhieggia, sola, su di un albero dai rami spinosissimi.
E poi ...
... silenzi profondi, desiderio inappagabile di tornare indietro col tempo, di vivere quel turbinio di emozioni delle care feste popolari, di immergersi nella tradizione, nelle superstizioni, nella semplicità del passato.
Di Ciaula è lì, sotto le stelle pettegole, con i suoi stupidi ma veri ricordi, con i suoi stupidi ma veri amici animali, il ranocchietto sempre pimpante e petulante e il vecchio leone sempre pensoso.
Il vento sfreccia tra le canne, accarezza le ciminiere, scuote i cancelli delle fabbriche. Un riccio di campagna corre frettoloso cercando riparo, una civetta vola faticosamente lontano. Il re-Ulivo assiste impotente alla sua fine.
Povero e divino ulivo! Povera e divina terra!
Dal Gargano al Salento l'orrenda onda devastatrice è della stessa violenza.
Dal Gargano al Salento un solo grido si innalza pietoso: il grido della silenziosa speranza!
Acqua santa scivola giù dall'acquasantiera e acqua salata e marcia entra nel portone. Si incontrano; si abbracciano. Ed è la purificazione!
Sacro e profano si mescolano in un crogiuolo di metamorfosi; anche il poeta ne è coinvolto: si sente delfino, si sente anfibio, si sente libero, si sente finalmente veramente pugliese.
2° Classificato "Premio Nazionale Ori di Taranto - VI Edizione - Maggio 1998"