Genealogia della Famiglia Lentini
L' origine del cognome “Lentini” è certamente da attribuire al toponimo Lentini (SR), l’antica polis greca Leontini, patria del filosofo Gorgia, del letterato Jacopo, e di molti altri grandi della nostra Storia occidentale e mondiale.
Da archivi ecclesiastici e privati siciliani datati intorno all’XVII sec si evince che, nell’anno 813 del Signore, al tempo di Carlo magnus rex francorum et longobardorum atque imperator Sacri Romani Imperii e dello strapotere bizantino sulle rovine dell’impero romano d’oriente e sul meridione d’Italia, un valorosissimo e impavido cavaliere Lanfranco si distinse per aver difeso strenuamente dai ripetuti attacchi saraceni la città di Lentini e il territorio circostante; per tale ragione e per aver assunto carica di governo per mezzo lustro, dalla stessa acquisì il nome che aggiunse al suo di battesimo e che consegnò con onore e orgoglio alla sua prosperità. La fama e le gesta dell’eroico cavalier si diffusero rapidamente in tutta la Sicilia tanto che molte furono le città che ne implorarono l’ausilio e la protezione. Così, lasciata Lentini e trasferitosi con i suoi due figli, Rinaldo e Gerardo, a Messina per pugnare animosamente contro gli infedeli, morì durante l’ennesima incursione saracena sotto le mura della città con in mano la spada e sul petto la croce.
Da Rinaldo nacquero Lanfranco II, Rinaldo ed Alaimo; mentre Gerardo ebbe Giorgio e Rinaldo. Codesti cugini continuarono onoratamente la missione dei loro padri in favore della Cristianità; su di loro si è scritto: “eterna memoria lasciarono”.
Alaimo generò Gerardo II, padre di Alaimo II, e da Giorgio nacque Rubberto che a sua volta procreò Giorgio e Lanfranco III.
Alla fine del X sec. Gerardo II e Rubberto si trasferirono a Catania lì dove ricoprirono importanti cariche amministrative e lasciarono copiosa prole.
Nella seconda metà del XI sec., ricompaiono i nomi di tre valorosi cugini Lentini che militarono sotto il conte normanno Ruggero d’Altavilla, difendendo la Sicilia dalle pretese arabe e bizantine: Alaimo, Giovanni e Lanfranco. Giovanni divenne monaco Cistercense e fu creato abate priore dell’Abazia di Santa Maria di Roccaela, mentre Alaimo e Lanfranco ritornarono a Lentini, saccheggiata e distrutta dagli infedeli, e per i servizi e il valore dimostrati in battaglia ricevettero da Ruggero i feudi di Militello, d’Ossino e d’Idra.
Da Lanfranco nacque Gerardo, straticota di Messina nel 1123 sotto re Ruggero II, mentre ad Alaimo successe Nicolò, anch’egli probabilmente straticota; essi aggiunsero ai propri feudi i castelli di Buccheri e di Palazzolo.
Nicolò ebbe cinque figli: Alaimo, Giovanni, Alanfranco, Pietro e Rinaldo che vissero sotto re Guglielmo il Buono.
Giovanni entrò presto in contrasto con re Tancredi e da questo fu esiliato; rifugiatosi nello Stato Pontificio, intercesse presso papa Celestino III affinché il pontefice potesse intervenire per far della liberare la figlia di re Ruggero, Costanza d’Altavilla, prigioniera di Tancredi. Divenuta imperatrice, Costanza ricambiò i favori ricevuti spingendo suo marito Enrico VI a nominare Giovanni Lentini Viceré d’Abruzzo, carica che mantenne anche sotto Federico II di Svevia, lo stupor mundi. Tra le tante cariche militari e politiche che assunse, gli annali ricordano anche quella di stratigota nel 1185 e nel 1203.
Alanfranco e Pietro furono anch’essi consiglieri imperiali di Federico II di Svevia, dal quale il primo (Alanfranco) fu nominato straticota di Messina nel 1223.
Rinaldo fu Preposto degli edifici imperiali sempre sotto Federico II, carica importantissima in quegli anni e che permetteva di vivere una buona vita di corte, la corte federicea, la più magnificente e famosa del suo tempo.
Alanfranco generò Alaimo e Simone; da Pietro nacquero Giovanni e Luigi.
Simone di Alanfranco vestì il saio di frate e divenne Eminentissimo Vescovo di Siracusa nel 1269.
Alaimo, signore di Buccheri, di Palazzolo e d’Odogrillo, nonché straticota nel 1281 sotto Carlo d’Angiò, venne in disputa con il re per ragioni di donne (un’altra fonte sostiene che la consorte di Alaimo, Matilde (o Macalda Scaletta Lancia ) di Ficarra, entrò in antipatia con la regina) e perciò gli fu confiscato il feudo. Intanto la popolazione siciliana veniva ogni giorno di più logorata dal mal governo angioino, dalle gravose imposte iniquamente inasprite per i capricci di corte, dalla prepotenza e tracotanza dei funzionari regi. Ormai nulla veniva rispettato, né leggi né tradizioni; veniva esercitata la violenza più crudele, le usurpazioni più sfacciate, le vessazioni più disumane, la negazione d’ogni diritto furono innalzate dagli Angioini a sistema di vita e di governo. Non solo i ceti più umili era afflitti da tale cancro ma anche i ricchi proprietari, il clero e persino i nobili baroni venivano spogliati delle loro proprietà e costretti a prendere le stesse in affitto in base ad esosi contratti. Carlo impose alla popolazione una classe dirigente estranea, subdola e avida, un esercito di vassalli, familiari e burocrati.
Allorquando la situazione divenne insostenibile, Alaimo si pose dalla parte del popolo contro il suo re; fu nominato Capitano del Popolo dopo la disfatta di Baldovino Mussone a Milazzo e divenne il principale ispiratore e protagonista dell’insurrezione dei Vespri nel 1282, respingendo l’esercito regio al Monastero del Salvatore e al monte della Capperina. Gli storici successivi scrissero di lui: “nobile di sangue, vecchio robusto e animoso, espertissimo in guerra, … fu somma ventura di Messina e di tutta l’isola”. Re Carlo tentò di corrompere il duce messinese con 10000 once d’oro e incarichi politici, oltre alle proprietà confiscate, in cambio della resa, ma Alaimo rispose ai reali ambasciatori che mai avrebbe tradito i suoi fratelli e i suoi figli e che la sua massima aspirazione era la libertà della patria, per la quale era pronto a sacrificare anche la vita. Respinto anche l’ultimo feroce attacco al palazzo dell’Arcivescovado, nei pressi delle mura, Carlo dovette togliere l’assedio e rinunciare all’isola mentre Alaimo prese accordi con Giovanni da Procida e Ruggero di Lauria in esilio presso la corte di Aragona al fine di persuadere re Pietro III ad intervenire in difesa dei siciliani contro gli Angioini. Così sbarcato Pietro in Sicilia, Alaimo gli andò incontro e cavalcò con lui amichevolmente sino a Messina; il re aragonese lo nominò Maestro Giustiziere a vita di tutto il regno, gli restituì le terre di Palazzolo. Di Buccheri e d’Odogrillo e, alla vigilia della partenza per l’ultimo scontro con Carlo, gli regalò il proprio cavallo, l’elmo, lo scudo, la lancia e la spada, affidandogli la protezione della regina Costanza e dei suoi figli. La piena fiducia e stima che il re nutriva nei suoi confronti e il prestigio del Lentini, dimostrato per l’ennesima volta in battaglia contro le ribellioni di alcuni baroni tra cui Gualtiero di Caltagirone, crebbero così sempre più, tanto quanto l’invidia e la gelosia dei nobili e dei cortigiani trascurati o messi in second’ordine. Questi, infatti, presto tramarono e ordirono una trappola ai suoi danni: Alaimo fu accusato di tradimento alla corona e alla morte di Pietro fu fatto giustiziare da re Giacomo. Pure sua moglie e i suoi figli, tra cui forse anche Tommaso, barone di Castelvetraro, furono condannati e le loro proprietà confiscate.
Un sol figlio, chiamato Lanfranco, riuscì a mantenere ricchezze, titoli e prestigio; egli si imparentò con i Sanbasilio da cui acquistò la baronia omonima insieme a quella di Pettineo e Casale di Mistretta. Da allora mutò il suo cognome in Sanbasilio ma i colori del blasone rimasero gli stessi: il rosso rappresentante la modestia, la pudicizia, l'amore ardente verso Dio ed il prossimo, la giustizia oltre alla nobiltà cospicua, il dominio, la vendetta, l'audacia, il coraggio, il valore, lo spargimento di sangue, la fortezza, la magnanimità, il desiderio ardente.
Giovanni di Pietro, cugino di Alaimo, fu nominato Viceré d’Abruzzo (così come suo zio Giovanni favorito di Costanza) sotto Carlo d’Angiò e governatore della provincia di Puglia nonché procuratore dell’armata marittima di Sicilia e di Calabria con Matteo Ruffo nel 1378.
Sembra che proprio in questo periodo si sia distaccato dal ramo principale, il ceppo lucano, così come attesta la presenza dei Baroni Lentini di Gallicchio (PZ), successori dei Missanello e dei Principi Coppola, che governarono il proprio feudo sino all’avvento napoleonico in Italia. Alcune fonti, invece, sostengono che la scissione dinastica sia avvenuta allorquando Tommaso, figlio di Alaimo e Barone di Castelvetraro, nel 1296 fu accusato di fellonia da Federico III D'Aragona, figlio di re Pietro, esiliato dalla Sicilia e inde investito dagli Angioini di terre ubicate nel Meridione. Dal ceppo lucano si è poi sviluppata una discendenza collaterale stabilitasi nella vicina Puglia; verso la fine del 1600 infatti si hanno tracce di un gabelliere daziario di nome Giovanni Battista i cui discendenti acquistarono caratteri nobiliari, tant'è che nel registro della nobiltà del 1754 viene citato, a Monopoli, un notabile Barone Giovanni Battista Lentini.
Ritornando 5 secoli indietro ai figli di Pietro, su Luigi, fratello di Giovanni, si legge che fu governatore della provincia di Principato nel 1254 sotto re Manfredi.
Lanfranco di Alaimo generò Pietro, che gli successe nella Baronia di Sanbasilio, e Alaimo, primo miles tra i baroni di re Ludovico nel 1343.
Pietro sposò la nobildonna Bartolomea Palici con la quale procreò Alanfranco, Gran Cavaliere e Maestro d’armi, Barone di Sanbasilio e Cuccumeno; questi fu sepolto nel Convento di San Francesco in Lentini dove lo stemma d’arme della casata Lentini appare dipinto assieme quello dei Sanbasilio, dei Barrese, dei Ventimiglia e Moncada, e dove scolpiti compaiono i seguenti versi:
“Magnifici domini Alanfranci regit ossa sepulcrum,
Virtutum speciem faustè collosa tegit.
Clara Leontina generis de prole Basilium gloria,
quam tennit condita Marcet humo.
Bis septem centi domini currentibus annis,
quinquaginta mensibus, octo minus 1395”
Da Alaimo nacque Antonio, nominato come nobil ricco possidente negli atti del notaro Nicolò Giarratani nell’anno 1417. Tale Antonio generò, con Bartolomea di Molocca, Alanfranco che successe a suo padre nella baronia. Questi sposò Bianca Gravina, figlia del Barone Giacomo di Palagonia, e con essa procreò Giacomo, investito dei feudi paterni nel 1453, e successivamente Antonio, Polidoro, Calcerano, Matteo e Alaimo, tutti distinti cavalieri citati negli annali del 1501.
Da quest’ultimo nacque Onofrio, mentre da Giacomo Alanfranco, Leonora e Andreina.
Alanfranco morì prematuramente prima di suo padre e dunque la Bania passo nelle mani di sua sorella Leonora, sposa del nobil uomo catanese Angelo di Balsamo. Leonora, però, non ebbe figli, cosicché le successe Andreina (o Andrea), coniugata con Battista Platamone, illustre dottore e viceré di Sicilia. Si narra che Adreina e Battista erano in qualche modo parenti e dunque per convogliare a nozze fu necessaria addirittura la dispensa Pontificia.
Dal loro matrimonio nacque Giovanna, la quale, giunta in giusta età si accasò con un altro Lentini, di nome Giovanni Antonio, pur suo parente.
Questi generarono Onofrio e Giovan Battista; il primo ebbe Antonio Giacomo che non riuscì ad avere figli maschi ma che comunque combino per le sue due figlie degni matrimoni; infatti Antonia sposò Don Vincenzo Zappada, Mastro Corriere del Regno, mentre Laura fu data in sposa al Duca Ascanio Anzalone.
Giovan Battista di Giovanni Antonio ebbe invece due figli maschi: Mario e Giovanni Antonio. Quest’ultimo fu illustre avvocato di Catania e generò Giacinto, Mario ed Alaimo; mentre Mario, con Alfia Sigona, procreò Giovanni Antonio e Amodeo, senatore del regno per due legislature.