Didone, Beatrice, Francesca da Rimini, Laura, Mirandolina, Silvia: cambia il nome ma c'è sempre una donna al centro dei sentimenti e degli interessi personali dei grandi della storia letteraria, da Virgilio a Dante, da Petrarca a Goldoni, a Leopardi. Parla delle differenze tra le donne citate e del ruolo che hanno nelle opere di cui sono protagoniste.
Se nella storia della Letteratura non ci fosse una donna bisognerebbe inventarla!
Del crogiuolo di sentimenti, di emozioni, di passioni che rende l'uomo uomo, certamente, l'amore ed in particolare quello verso l'altro sesso ne rappresenta una porzione non poco rilevante.
Il poeta, il letterato, l'uomo fatto penna, colui che vive ed esterna al mondo ciò che gli scaturisce dal più profondo dei sensi, ha da sempre avuto bisogno di un modello femminile a cui ispirarsi e attraverso cui esprimere i propri stati d'animo: le passioni, i dolori, la pietà, la sensibilità affettiva, l'emotività, l'amore; l'Eros greco, forza soprannaturale, la più perfetta tra le idee platoniche, "forza che non è mossa ma che muove" (J. Prévert), è punto su cui convergono tutti i più grandi della storia letteraria mondiale trascinati dalla figura di una donna, motore trainante a cui le labbra si rivolgono mute, attonite, impotenti, davanti quell'unico soggetto che rispecchia l'alma Venere del Giorgione, simbolo di tutto il gentil sesso.
Che dire, allora, della Didone virgiliana, rapita da un'amore che diventa dramma e che nel suo sviluppo serve, a Virgilio, a chiarire, nello stesso tempo, l'azione epica di Enea e il contrasto evidente fra i due amanti: da una parte l'eroe troiano in lotta con se stesso, con Didone, con i fati, dall'altra la regina, non obbligata da alcuna volontà superiore, ma dominata da una passione tutta umana, di donna ferita e disperata che pensa e agisce come pensa e agisce una donna innamorata, tanto innamorata al punto che, in preda all'ira e alla disperazione, dopo un travolgente monologo interiore (in cui Virgilio supera se stesso), espressione della tragica solitudine in cui la regina di Cartagine ormai vive, spezza quel filo che la teneva ancora legata a quel crudele mondo manipolato dallo implacabile volere divino e muore sul talamo dorato dopo averlo bagnato delle sue lacrime.
Le stesse lacrime spezzano il cuore di Dante alla morte della sua gentile Beatrice, della sua trascendente Beatrice, della sua angelica Beatrice, la donna-angelo della "Vita Nova", di cui s'innamora a soli nove anni e che d'allora diviene il punto fisso della sua mente, il solo motivo di esistenza, il sogno della sua vita, e proprio questo idillio continuerà a predominare l'intelletto del poeta anche dopo la morte della sua amata.
Infatti, come è noto, nella terza cantica del capolavoro dantesco, la sua amata simboleggia la ragione umana, la rilevazione, la beatitudine.
Nello stesso contesto allegorico della "Comedia", il sommo poeta fiorentino inserisce, nella prima cantica, però, un'altro personaggio femminile con un peso critico piuttosto rilevante, differente dal resto dei penanti, che carpisce la sensibilità del poeta tanto da fargli perdere i sensi: Francesca Malatesta, la fanciulla sorpresa dal marito in adulterio ed uccisa con il suo amante e cognato Paolo intorno al 1285. L'infelice dannata è l'esemplare vittima dell'amore "ch' a nullo amato amar perdona", colpevole solamente di aver fatto prevalere in sé il sentimento passionale sulla ragione; l'amore non ha dogmi né canoni prestabiliti, ma piomba sugli uomini come gli avvoltoi sulle lepri; povera Francesca ! Povero Paolo ! Poveri ignari ed impotenti ingranaggi del complesso meccanismo dell'Amore !
Avanzando coi tempi incontriamo nelle "Rime" del Petrarca la celebrazione di Laura, donna perfetta, ideale, oggetto del perenne conflitto che si svolge nell'animo del capostipite dell'Umanesimo, e che non ha soluzione, tra ricerca di pace e tormento spirituale.
L'amore del Petrarca verso Laura ha in sé qualcosa di oscuro e di morboso, nella sua natura stessa di desiderio apparentemente inappagato, nella sua durata oltre la morte della donna, nella sua qualità di affetto unico e tirannico.
"Più bella e meno altera", la Laura del Petrarca si pone con pietà e con conforto, in atteggiamento "or di madre or di amante", viene a "consolar notti dolenti" del suo amante e sedendosi sulla sponda del letto, gli asciuga le lacrime sul volto, e poi "sospira dolcemente e si adira" nel vederlo così attaccato ai dolci ricordi del passato, così prigioniero della passioni terrestri e lontano dal cielo; il poeta ne vagheggia l'immagine, che quella di una santa ma pur di una donna ancora vaga della sua bellezza; così come è vago nel Leopardi il ricordo di Silvia, questa figura femminile, che pur appartenendo alla realtà , si allontana da essa, superando, diventando simbolo di ingenuità e speranza, di fiduciosa aspettativa nel domani.
In "A Silvia " il poeta di Recanati ricorda la fanciulla affaccendata e felice (all'opere femminili intenta), nel fiore dei suoi anni (quando beltà splendea), nei suoi comportamenti quotidiani; poi, il rimembrare pian pian si allarga sino ad impersonificarla nella Speranza, come se fosse Silvia stessa ad ascoltarlo da lontano, chiedendole di additargli il destino di morte che attende tutti gli uomini.
Strettamente connesse con la figura di questa giovane donna morta ante diem, sono le espressioni "vaghe" ed "indefinite", che restituiscono la dimensione del ricordo di un passato vivissimo nella memoria, ma divenuto ormai simbolo di una vicenda umana di significato universale; il particolare diventa generale, universale, ad ampio spettro, tanto ampio da interessare e riflettere l'intera società, la realtà, la stessa realtà di cui, quasi un secolo prima del Leopardi, si fece baluardo il teatro goldoniano, la Mirandolina goldoniana.
La giovane e piacente locandiera non è solo una semplice proprietaria di bottega, ma rappresenta il simbolo della rivincita femminista sul Settecento, secolo, secondo alcuni, solo apparentemente rivoluzionario.
Mirandolina, "garrula e frizzante, puntigliosa e fiera, tutta lusinghe e ritegni, promesse e cautele" è posta dal Goldoni al centro dei rapporti fittizi e sulla falsa apparenza fonda tutto il suo operare: si finge innamorata del cavaliere per indurlo a cadere a sua volta innamorato e così punire il suo disprezzo per le donne, rivelandosi la più abile fra tutti, attrice migliore delle due povere "comiche" capitate per caso nella sua locanda.
Alla base della sua azione c'è il piacere di recitare e d'ingannare: ella possiede infatti una certa frigidità da "donna di carriera", più tesa alla conquista che al possesso.
Didone, Beatrice, Francesca, Laura, Silvia, Mirandolina = Virgilio, Dante, Petrarca, Leopardi, Goldoni.
Chi più passionale, chi più iperuranica, chi più fragile, chi più forte, chi più vagheggiata, chi meno, ma sempre o quasi sempre nella mente di una colonna portante della Letteratura c'è lei, soltanto lei, lei che induce e trattiene, che soffre ma che fa soffrire, che persuade e distoglie, che arreca gioie e dolori, Lei: la donna.
Evviva la donna !
Evviva l'Amore !