- ritorna -

Sicilia

isola del Mediterraneo, bagnata dal mar Tirreno a nord, dallo Ionio a est e dal mare di Sicilia o Mare Africano a SO, separata dalla penisola italiana dallo stretto di Messina e dall'Africa dal canale di Sicilia o di Tunisi; 25.426 km². È l'isola più estesa e popolosa del Mediterraneo. Con le circostanti isole minori, forma (dal 1946) una regione autonoma a statuto speciale della Repubblica italiana; 25.708 km²; 5.094.735 ab. (200 ab. per km²). Comprende 390 comuni e nove province: Agrigento, Caltanissetta, Catania, Enna, Messina, Palermo, Ragusa, Siracusa, Trapani. Capol. Palermo. È la più vasta regione italiana, la terza per popolazione dopo la Lombardia e la Campania.

L'isola ha forma tricuspidale (donde l'ant. nome di Trinacria), con le estremità nei capi Peloro (punta del Faro) a NE, presso Messina; capo delle Correnti a sud; capo Boeo o Lilibeo a ovest, su cui sorge Marsala. Della regione siciliana fanno parte i gruppi insulari periferici delle Eolie o Lipari (prov. Messina) e delle Egadi (prov. Trapani); le lontane Pelagie (prov. Agrigento); l'isola di Pantelleria (prov. Trapani) e l'isolata Ustica (prov. Palermo), nel Tirreno, a ovest delle Eolie.

Le coste hanno uno sviluppo di 1.039 km e presentano caratteri assai diversi: sono più articolate sul mar Tirreno, a nord, dove si aprono i golfi di Castellammare, di Palermo, di Termini Imerese, di Patti e di Milazzo, mentre sullo stretto di Messina sedimentazioni di varia natura hanno formato la singolare insenatura falcata del porto di Messina; più a sud, sullo Ionio, la costa, prima uniforme e poco articolata, diventa alta e rocciosa tra capo Sant'Alessio e Taormina, poi bassa e sabbiosa, flettendosi nell'ampio golfo di Catania, a sud del quale torna frastagliata e rocciosa, con le duplici insenature di Augusta e di Siracusa e il vasto golfo di Noto. A ovest del capo Passero, la costa si presenta piatta e uniforme, pianeggiante anche per una decina di chilometri verso l'interno tra Sciacca, Marsala e Trapani.

Complessa è l'orografia dell'isola, prevalentemente collinare e montuosa (altitudine media, 400 m). Da NE a NO si allungano parallelamente alla costa settentrionale tirrenica i monti Peloritani (Montagna Grande, 1.374 m), incisi da brevi, precipitose fiumare; i boscosi Nebrodi o Caronie (monte Soro, 1.847 m); le pittoresche Madonie, boscose e poco popolate (pizzo Carbonara, 1.975 m). Più a ovest, oltre la depressione formata dai fiumi Torto a nord e Platani a sud, s'innalzano montagne isolate o raggruppate irregolarmente, di natura prevalentemente calcarea (calcari mesozoici), emergenti su terreni argillosi o arenacei (monte San Calogero, 1.325 m; monte Sparagio, 1.110 m; rocca Busambra, 1.613 m; Monti Sicani; monte Pellegrino; ecc.); più a sud si ergono dossi collinari brulli o rivestiti di fichi d'India e di radi olivi, e basse rupi gessose o calcaree.

Al centro dell'isola si estende il cosiddetto altopiano solfifero, ricco di giacimenti di zolfo e di gesso, con ampie ondulazioni collinari, e terreno franoso; esso continua a est nel gruppo dei monti Erei (Altesina, 1.193 m), costituiti da terreni pliocenici, a sud dei quali si ergono i monti Iblei, a struttura tabulare (calcari pliocenici e miocenici), solcati da pittoresche valli torrentizie dette "cave", occupanti l'estremità sudorientale dell'isola (monte Lauro, 985 m). A dominio della costa orientale e della piana di Catania, tra le valli dell'Alcantara e del Simeto e il mare, si erge infine l'Etna (3.263 m), il più grande vulcano d'Europa e uno dei maggiori vulcani attivi del mondo. Apparati vulcanici minori si trovano nelle Eolie, con Stromboli e Vulcano (attivi), in Ustica e a Pantelleria. La Sicilia è inoltre area di forte sismicità, soprattutto nelle zone nordorientali, sudorientali e occidentali (terremoto di Messina del 1908; terremoto del gennaio 1968 nella Sicilia occidentale). A parte le brevi pianure alluvionali intensamente coltivate succedentisi lungo la costa tirrenica (Milazzo, Termini Imerese, Conca d'Oro, Castellammare) e poche altre piane costiere (del Belice, di Gela, ecc.), l'unica grande pianura, fertile e popolosa, è la piana di Catania (432 km²), ai piedi dell'Etna, formata dai depositi alluvionali portati dal Simeto e dai suoi affluenti: Salso, Dittaino e Gornalunga.

Il sistema idrografico della Sicilia è costituito da corsi d'acqua a carattere torrentizio, dal regime molto irregolare, con portate massime in inverno e minime nella stagione estiva. I più importanti fiumi del versante tirrenico (generalmente brevi, per la vicinanza alla foce della linea di displuvio) sono il Torto e l'Imera Settentrionale, che sfociano nel golfo di Termini Imerese; maggiore sviluppo hanno i fiumi tributari del Mare Africano e dello Ionio. Nel primo si gettano il Belice, il Platani, il Salso o Imera Meridionale, il più lungo dell'isola, il Gela, il Dirillo e l'Irminio, in gran parte utilizzati per l'irrigazione e per la produzione di energia elettrica; al versante ionico fluiscono i fiumi Tellaro, Cassibile, Anapo, Simeto e Alcantara, ricco di acque e utilizzato ampiamente per l'irrigazione. Pochi sono i bacini lacustri (Biviere di Lentini); carsico è il lago di Pergusa, soggetto a notevoli variazioni di livello; costiero è lo Stagno di Ganzirri; vari infine sono i laghi-serbatoi artificiali: di Guadalami, del Belice, del Disueri, ecc.

ll clima è tipicamente mediterraneo sulla costa, con inverni miti e relativamente piovosi ed estati calde e secche; nell'interno, causa l'altitudine e la distanza dal mare, si hanno alterazioni climatiche notevoli (maggiori escursioni termiche, ecc.). La media annua della temperatura varia dai 19 °C ai 15 °C, con una media di 10-11 °C nel mese di gennaio. Le precipitazioni sono concentrate nel periodo autunno-inverno, con siccità estiva prolungata, accentuata nelle zone interne e nelle fasce meridionale e occidentale, mentre le aree di maggiore piovosità (oltre 1.000 mm di precipitazioni annue) si trovano all'estremità nordorientale, nella zona dell'Etna (oltre i 2.000 m d'alt., sotto forma di neve, che si mantiene costante da novembre a giugno) e sulla costa tirrenica. La media annua delle precipitazioni invece in tutta l'isola oscilla tra i 500 e i 750 mm.

La popolazione dell'isola che nell'antichità (circa 500 a.C.) raggiungeva il milione di abitanti, e sotto gli Arabi 1.600.000, decrebbe notevolmente nel tardo medioevo e solo nel XVI sec. riprese ad aumentare. Nel 1748 era di 1.318.000 ab., saliti nel 1861 a 2.392.000 e nel 1911 a 3.695.000. Prima della seconda guerra mondiale, la popolazione aveva ormai ampiamente superato i 4 milioni di abitanti. Nel dopoguerra l'isola è stata interessata per lunghi periodi da un intensissimo flusso migratorio verso le regioni più industrializzate dell'Italia settentrionale e i paesi dell'Europa transalpina. Infatti, nonostante l'elevato tasso di natalità e il forte attivo del saldo naturale, fra i censimenti del 1961 e del 1971 essa ha perso alcune decine di migliaia di abitanti scendendo da 4.721.000 a 4.679.000. In seguito il tasso di natalità e il saldo attivo naturale si sono ridotti solo di poco, mentre il flusso migratorio in uscita si è attenuato, e negli anni di più forte crisi economica internazionale è stato addirittura superato dal flusso di ritorno. Così, fra il 1971 e il 1981 la popolazione è aumentata di quasi 230.000 unità e nel decennio compreso fra i censimenti del 1981 e del 1991 di altre 83.000 unità circa.

Nell'ultimo dopoguerra l'economia della Sicilia ha registrato una profonda trasformazione, dovuta a vari fattori, come gli interventi della Cassa per il Mezzogiorno, la scoperta e lo sfruttamento del petrolio, la creazione di appositi istituti per il finanziamento delle imprese e gli investimenti di capitali del Nord, ecc. Tale evoluzione economica però si è fatta sentire solo in alcune zone, soprattutto costiere, mentre molte altre, specie all'interno, sono ancora arretrate. Le attività del settore primario conservano una notevole importanza nell'economia regionale. La percentuale di forze di lavoro che esse occupano è sensibilmente più alta della media (14,8%, nel 1989, contro il 9,3% nazionale) e consistente è anche il valore complessivo della produzione (circa l'11% del totale italiano, pari al secondo posto nel paese subito alle spalle dell'Emilia-Romagna). Abbondantissima è la produzione agrumicola, che vede la Sicilia nettamente al primo posto nel paese tanto per le arance quanto per i mandarini e i limoni, con quote comprese fra il 50% e il 90% del totale nazionale. Da primato sono anche diverse produzioni ortofrutticole: melanzane, peperoni, zucchine, fave (tutte con quote comprese fra il 35% e il 20% del totale nazionale) e mandorle (poco meno del 60%). Discreta importanza hanno il patrimonio zootecnico (soprattutto ovino) e ancor più la pesca (primo posto per il pesce con il 34% del totale nazionale, e primo posto per i crostacei, con il 48%), che alimenta una sviluppata industria conserviera e della salagione. Il settore è turbato dai contrasti con la Tunisia, che ha ripetutamente catturato pescherecci di Mazara del Vallo accusandoli di essere entrati nelle sue acque territoriali. In campo industriale, l'enorme sviluppo del settore petrolchimico, con le grandi concentrazioni nell'area sudorientale (Augusta, Gela, Siracusa), non ha innescato alcun processo cumulativo di sviluppo, provocando inoltre gravi danni ambientali. La crisi del settore ne ha fatto, negli anni recenti, un comparto che grava sull'economia regionale. Economicamente più dinamiche sono le medie industrie del Catanese (meccanica, chimica, elettronica e alimentare) e del Palermitano, dove sono localizzate anche quelle di grandi dimensioni (cantieri navali a Palermo e Fiat a Termini Imerese). Non mancano, in diverse altre zone della regione, numerose iniziative alimentari (vinicole, olearie, della pasta, delle conserve vegetali), tessili, dell'abbigliamento e dei materiali da costruzione.

La regione è stata progressivamente dotata di una potente industria dell'energia: grandi raffinerie di petrolio, centrali termoelettriche che nel 1995 hanno prodotto 20,3 miliardi di kWh, con un surplus, rispetto al consumo regionale, esportato sul "continente" (in Campania, Lazio e Puglia). Questa base energetica si è ulteriormente ampliata con l'entrata in funzione nel 1984 del gasdotto che convoglia in Italia il metano algerino attraverso la Tunisia e la Sicilia. Nel complesso l'industria siciliana ha un peso relativamente modesto nello spazio economico italiano: il valore della produzione industriale è il 4,4% del totale nazionale (Lombardia 25,4%, Piemonte 11,5%). La lontananza dai mercati dell'Italia del Nord e della CEE, le difficoltà dell'ambiente sociale dell'isola sembrano aver annullato sinora i vantaggi connessi alla posizione centrale sulle rotte del petrolio e del metano e la vicinanza ai ricchi mercati dei paesi dell'OPEC. Una grave strozzatura è il carattere poco innovativo e rigido degli impianti di produzione chimici e meccanici. Nonostante la presenza di tre grosse sedi universitarie, la Sicilia è emarginata dalla geografia dei centri italiani di ricerca scientifica e tecnologica.

Sede di industrie moderne ad alta intensità di capitale e bassa intensità di lavoro, con una ricca agricoltura che può fornire redditi soddisfacenti solo riducendo drasticamente il numero degli addetti rispetto al passato contadino, la Sicilia presenta una situazione difficile sul piano dell'occupazione. I disoccupati sono a un livello più che doppio rispetto a quello dell'Italia del Nord. I trasporti costituiscono un grosso limite per l'economia della regione, con linee ferroviarie importanti a semplice binario e in diverse zone ancora a scartamento ridotto, e una rete viaria limitata anche dopo la realizzazione di tragitti autostradali. Grave è anche il problema del superamento dello stretto di Messima dove il traffico si congestiona in modo allarmante, specie all'epoca delle spedizioni dei prodotti ortofrutticoli e agrumari e nei momenti di maggior traffico turistico. Da tempo si parla della costruzione di un ponte stradale-ferroviario o di un tunnel sottomarino: l'ultimo progetto in ordine di tempo è quello che risale al dicembre del 1992 e prevede la costruzione di un ponte sospeso a campata unica lungo 3.600 m a largo 60 sul quale correrebbero otto corsie autostradali quattro per servizio e due binari ferroviari.

Attivo l'artigianato del legno, dei tappeti, delle filigrane, dei merletti e della ceramica (Caltagirone, Agrigento, Siracusa). Tipica opera dell'artigianato artistico siciliano è stato il carretto dipinto a vivaci colori con scene celebranti soprattutto le gesta di famosi paladini, entrate anche nel repertorio del celebre teatro popolare dei Pupi. Rinomata produzione artigianale è quella delle frutta candite e dei dolciumi (marzapane, cassata, cannoli, ecc.), nonché quella dei gelati e delle cassate gelate. In continuo sviluppo è il turismo, che si avvale di impareggiabili attrattive, per le quali tutta l'isola, con le isole minori, può essere considerata meta turistica: sia per il clima (la Sicilia è detta l'isola del sole, per eccellenza) sia per le vestigia preistoriche e le mirabili zone archeologiche e turistiche: Segesta, Selinunte, Solunto, la Valle dei Templi di Agrigento, Siracusa, Palazzolo Acreide, Pantalica, Piazza Armerina, Centuripe, Tindari, Catania, Eraclea Minoa, ecc.; la zona dell'Etna; l'incomparabile Taormina, Erice e decine e decine di altre città, suggestive per posizione e paesaggio; i centri di villeggiatura e di sport invernali delle Madonie (Petralia Sottana, Piano degli Zucchi, Piano della Battaglia), dei Peloritani e dell'Etna (Nicolosi, Linguaglossa); le città famose per lo splendore dei monumenti artistici e le vestigia di passate civiltà (Monreale, Cefalù, Noto, Modica, Caltagirone, ecc.); le frequentate stazioni balneari del Lido di Mondello (Palermo), della riviera dei Ciclopi e La Plaia (Catania), della riviera dei Tre Golfi (da Cefalù a San Vito lo Capo), ecc.; le spettacolari feste religiose; le grandi manifestazioni di carattere internazionale (settimana di Musica sacra a Monreale, sagra del mandorlo in fiore ad Agrigento, le rappresentazioni classiche nel Teatro Greco di Siracusa, il festival cinematografico a Messina e Taormina, ecc.), o di grande importanza economica (fiera del Mediterraneo, a Palermo; fiera di Messina) o sportiva (Targa automobilistica Florio, oggi solo celebrativa, giro aereo internazionale di Sicilia, ecc.).

Le testimonianze dei più antichi insediamenti umani in Sicilia risalgono al paleolitico, di cui sono stati rinvenuti numerosi resti specialmente in talune grotte delle coste settentrionali, in un gruppo delle quali (le grotte dell'Addaura) si conservano anche esempi di arte rupestre. Molto più abbondanti i resti dei tempi neolitici, presenti specialmente negli arcipelaghi delle Lipari e delle Egadi. Non meno copiosi infine gli avanzi delle età dei metalli, a cui appartengono anche vaste necropoli, come quelle di Cassibile e di Pantalica, relative a insediamenti precedenti di poco la colonizzazione greca.

Chiamata dai Greci Sikelía o anche, per la sua forma, Trinakría, la Sicilia in età storica era abitata dagli Elimi, dai Sicani e dai Siculi, rispettivamente stanziati all'incirca nella parte nordoccidentale, occidentale e orientale, oltre che dai Fenici (soppiantati poi dai Cartaginesi) sulla costa nordoccidentale e dai Greci delle numerose colonie sparse lungo le altre coste. Sebbene Tucidide affermi che i Fenici avevano occupato numerosi promontori e le isole circostanti installandovi scali commerciali e si erano poi ritirati nella parte più occidentale dell'isola, a Mozia, Panormo e Solunto, all'arrivo dei Greci, allo stato attuale delle conoscenze pare poco verosimile — anche senza tener conto dei possibili e, come risulta dalle testimonianze archeologiche e mitologiche, molto probabili insediamenti micenei — che la colonizzazione fenicia abbia preceduto quella greca e si ritiene piuttosto che siano state più o meno contemporanee. A partire dal 735 a.C. circa, attirati dalle risorse naturali dell'isola, allora assai più boscosa, ricca di fertili terre vulcaniche, adatte alla coltivazione del grano non meno che della vite e dell'olivo, dotata di ottimi porti naturali, circondata da acque pescosissime, i Greci si installarono lungo quasi tutta la fascia costiera fondando, a differenza dei Fenici, sia colonie di popolamento sia semplici empori. I primi furono i Calcidesi, i quali, già stabiliti in Italia, nel 735 circa fondarono Nasso, alle falde dell'Etna, poi Leontini (Lentini) e Catania, l'una città prevalentemente agricola e l'altra commerciale, e, sullo stretto, Zancle (Messina), che a sua volta fondò Mýlai (Milazzo) e Imera in concorrenza con gli empori fenici. L'esempio dei Calcidesi fu ben presto seguito dai Corinzi, che si installarono a Siracusa, destinata a divenire la principale città siceliota (734-733). Megara Iblea, fondata dai Megaresi, a sua volta colonizzò Selinunte, che fondò Eraclea Minoa; Gela, la cui fondazione risale a Rodi e a Creta, diede vita ad Agrigento. Le popolazioni indigene furono scacciate dai territori migliori e respinte nell'interno, quando non furono ridotte in servitù come a Siracusa. Grazie sia a una fiorente agricoltura, i cui prodotti (vino, olio, grano, bestiame, cavalli) venivano esportati in larga misura, sia agli intensi traffici con la madrepatria e con i centri dell'Italia meridionale e centrale, tutte queste città raggiunsero presto un'eccezionale floridezza economica, cui si accompagnò anche un'intensa vita culturale. Non vi corrispose d'altra parte un'altrettanto salda e stabile organizzazione politica e sociale, cosicché furono spesso e a lungo turbate da gravi conflitti interni che si conclusero in numerosi casi con l'instaurazione di governi tirannici: a Leontini Panezio, ad Agrigento Falaride, a Gela Ippocrate, il cui successore Gelone si fece signore di Siracusa. Contro di lui e contro il suocero e alleato Terone di Agrigento, allarmati dalla loro crescente potenza, si coalizzarono Terillo di Imera e Anassila di Reggio, rivolgendosi per aiuti a Cartaginesi. Questi ultimi, che, sostituitisi ai Fenici, si erano fino allora tenuti perlopiù sulla difensiva, limitandosi a respingere i tentativi di colonizzare Lilibeo di Pentatlo (580 circa) e di Dorieo (510 circa), accolsero la richiesta, che per essi costituiva l'occasione per tentare la conquista dell'intera Sicilia. Ma tali mire espansionistiche furono bruscamente troncate dalla disfatta loro inflitta da Gelone nella battaglia di Imera, che la tradizione disse avvenuta nello stesso giorno di quella di Salamina (480 a.C.). Gli anni seguenti videro l'ulteriore accrescersi della potenza di Siracusa, che sotto il successore di Gelone, Gerone, giunse a dominare quasi tutta l'isola. Vi corrispose un'intensa vita culturale e artistica che influenzò anche i centri indigeni e cartaginesi. La morte dei grandi tiranni come Anassila, Terone e Gerone portò con sé la caduta delle tirannidi in quasi tutte le città siceliote, provocando disordini politici e sociali, di cui il principe siculo Ducezio approfittò, senza successo, per tentare di costituirsi un regno indipendente. La disunione e le rivalità delle varie città, soprattutto tra colonie doriche e colonie ioniche, finirono poi con il provocare non solo l'intervento di Atene, che, dopo una prima azione nel 427-424, intraprese la disastrosa spedizione contro Siracusa (415-413), ma anche un nuovo tentativo di conquista da parte dei Cartaginesi, i quali effettivamente si impadronirono di Selinunte, di Imera, di Agrigento e di Gela (409- 405). Pochi anni dopo Dionigi di Siracusa riuscì a ricacciarli entro i loro antichi confini e contemporaneamente a estendere il proprio saldo dominio su tutto il resto dell'isola, ma fallì nei suoi reiterati tentativi di cacciare completamente i Cartaginesi dalla Sicilia e fu anzi costretto a cedere loro Selinunte e Imera. La sua morte fu seguita da un nuovo periodo di confusione, durante il quale numerosi piccoli tiranni si installarono nelle varie città e i Cartaginesi sferrarono un nuovo attacco, che fu respinto al Crimiso (341 o 339) dal corinzio Timoleonte, il quale provvide anche a liberare parecchie città dai tiranni e a ristabilirne l'autonomia. Ma la sua opera ebbe breve durata, poiché Agatocle di Siracusa, sulla base di una politica antiaristocratica e anticartaginese, ricostituì un ampio Stato siciliano-italico che si dissolse però in gran parte alla sua morte. Anche la successiva spedizione di Pirro, chiamato contro i Cartaginesi, non giunse in pratica ad alcun risultato; infine il tentativo di Gerone II di Siracusa e dei Cartaginesi uniti di scacciare da Messina i mamertini provocò l'intervento romano e, con esso, lo scoppio della prima guerra punica, al termine della quale l'intera Sicilia, eccetto il regno di Gerone II che rimase indipendente fino al 212, passò sotto il dominio di Roma (241 a.C.). Costituita quindi in provincia nel 227, fu affidata all'amministrazione di un pretore; Messina fu considerata città alleata, altre, come Segesta e Tauromenio (Taormina), furono dichiarate libere e immuni da tributi; tutte, infine, conservarono una notevole autonomia negli affari interni. L'enorme sviluppo del latifondo con il conseguente aumento della manodopera servile favorì ribellioni di schiavi, come quelle suscitate da Euno (136-132) e da Trifone e da Atenione (104-99), che diedero un duro colpo all'economia siciliana. Effetti non meno gravi ebbero il rapace governo di Verre (73-71) e la lotta tra Sesto Pompeo e Ottaviano. Inoltre la conquista dell'Egitto sminuì l'importanza della sua produzione granaria, cosicché molte terre arabili furono trasformate in pascoli. La Sicilia, che aveva ottenuto da Cesare la cittadinanza latina, non ebbe invece che assai tardi quella romana, che Cesare stesso progettava di concederle, poiché Augusto si limitò a dedurvi colonie di veterani a Messina, Palermo, Siracusa, Tauromenio Terme Imeresi (Termini Imerese) e Tindari, e a riorganizzarne l'amministrazione, annoverandola tra le province senatorie.

La rovina dell'Impero romano d'Occidente coinvolse naturalmente anche la Sicilia, che tuttavia risentì meno di altre regioni della crisi generale grazie alla sua ricchezza granaria e alla sua insularità. Nel V sec. venne risparmiata dai Visigoti di Alarico, spintisi pure fino in Calabria, ma non dai Vandali di Genserico che, dall'Africa, l'attaccarono più volte a partire dalla metà del secolo, e anche l'occuparono (468), cedendola poi pacificamente a Odoacre (477-493). Teodorico instaurò sulla maggior parte dell'isola il dominio ostrogoto (491) e lo assicurò con basi militari a Siracusa, Lilibeo e Messina; mantenne tuttavia immutati i quadri amministrativi romani, lasciò in pace la popolazione per non danneggiare l'indispensabile produzione agraria, limitò al minimo la colonizzazione, e con ciò gli attriti della convivenza, dovunque ardua, fra latini cattolici e barbari ariani. La guerra gotica promossa dall'imperatore Giustiniano si iniziò con la conquista dell'isola per opera di Belisario (535), che ne fece una roccaforte bizantina durante tutta l'impresa (salvo un breve periodo di restaurazione con il re Totila, 549-551), fino alla definitiva annessione dell'Italia a Bisanzio (553). La dominazione bizantina, durata tre secoli e mezzo, sottopose l'isola, dopo un periodo di divisione del potere civile dal potere militare (tenuti rispettivamente da un patricius e da un dux), a un regime di dittatura militare, istituendovi un tema retto da uno stratego. Tale regime, accompagnato da vessazioni fiscali e burocratiche, provocò un vasto esodo della popolazione delle città nelle campagne, dominate dai latifondi imperiali ed ecclesiastici, e un correlativo grave deterioramento economico, sociale e culturale; a ciò si aggiunsero le persecuzioni sferrate da imperatori eretici (monoteliti nel VII sec., iconoclasti nei secc. VIII e IX). Contro la dominazione bizantina si ebbero numerose rivolte, spesso promosse dagli stessi ufficiali imperiali (famosa tra tutte quella in cui fu assassinato l'imperatore Costante II, che tra il 663 e il 668 aveva stabilito la corte a Siracusa). Ufficiale bizantino fu quell'Eufemio da Messina che, per fronteggiare l'imperatore Michele II, ottenne l'intervento in Sicilia di Ziyadat Allah I, emiro degli Aghlabidi d'Africa (827), aprendo così la via alla conquista araba dell'isola, iniziata con l'occupazione di Mazara e conclusa con quella di Taormina (902). I Bizantini resistettero duramente, in particolare per la difesa di Siracusa (878). Retta da emiri o valì nominati dagli Aghlabidi d'Africa, con Palermo e non più Siracusa come capitale, la Sicilia ebbe una sorte non dissimile da quella degli altri paesi conquistati dagli Arabi, nel complesso molto più abili, e più popolari, dei Bizantini. La colonizzazione araba fu più intensa, e positiva, a ovest (Val di Mazara), meno, e spesso contrastata, a est (Valdemone e Val di Noto), con conseguenze nefaste per la popolazione. Succeduti in Africa agli Aghlabidi i Fatimidi (910), l'isola divenne praticamente indipendente (anche se con residue zone in mano a Bisanzio) sotto gli emiri Banu Kalb di Palermo (948-1040), affermatisi su numerosi rivali. I Banu Kalb preservarono l'isola da una nuova offensiva bizantina, ne moltiplicarono le risorse economiche con l'introduzione di nuove e pregiate colture (canna da zucchero, cotone, agrumi, ecc.) e nuove industrie (seterie, oggetti preziosi, ecc.), con il frazionamento, nei limiti del possibile, dei latifondi e promossero anche le attività artistiche e intellettuali. Le divisioni amministrative introdotte dagli Arabi (Vallis Mazariae o Val di Mazara, Vallis Deminae o Valdemone, Terra Notensium o Val di Noto) permasero anche nei secoli successivi; altre partizioni furono quelle della Val di Girgenti e, per tutta la Sicilia, quelle Al di là del Salso (Occidente) e Al di qua del Salso (Oriente). La fine dei Banu Kalb, coincidente con un ultimo grande attacco bizantino (1038-1040), suscitò aspre lotte per il predominio fra i signori locali, finché Ibn al-Thumna' di Catania sollecitò l'intervento dei Normanni di Roberto il Guiscardo e Ruggero d'Altavilla, già in possesso dell'Italia meridionale.

La conquista normanna si compì in un trentennio, dalla presa di Messina (1061) a quella di Enna, Butera e Noto (1091); la resistenza araba fu tenace, specie a Siracusa, difesa dall'emiro Ben Avert. Ruggero d'Altavilla, dopo la morte del fratello Roberto (1085), solo artefice della conquista, governò col titolo di gran conte di Sicilia e di Calabria dimostrando un largo spirito d'iniziativa e di tolleranza; introdusse l'ordinamento feudale ignoto al paese (e che nell'Italia centrosettentrionale stava radicalmente trasformandosi), ma temperato dal vigore del potere centrale, a cui conferiva carattere sacrale l'impronta religiosa della conquista, che gli procurò, da parte del papa, il diritto di legazia apostolica, cioè una sorta di soprintendenza sulla Chiesa locale (1098). A lui succedettero i figli Simone (1101-1113) e Ruggero II (1113-1154), che riunì in un unico Stato i domini normanni della penisola e la Sicilia ed ebbe dall'antipapa Anacleto II il titolo di re di Sicilia e di Puglia (1130), confermatogli dal papa Innocenzo II (1139), e con la sua attività legislativa (ordinamento della Magna Curia, organo del potere centrale, istituzione della gerarchia giudiziaria e cameraria [fiscale], Assise del regno) ed espansionistico- militare (nell'Oriente bizantino e in Tunisia) portò il nuovo regno al rango di prima potenza mediterranea, con adeguate basi economiche. Culturalmente, lo spirito latino riprese il ruolo dominante, arricchito dagli apporti bizantini e arabi dei secoli precedenti.

Sotto il regno di Guglielmo I (1154-1166), che lasciò le cure del governo ai ministri, d'altronde di alto livello, come Maione da Bari, Matteo d'Aiello, Riccardo Palmer, il regno, benché turbato da complesse vicende interne ed esterne, mantenne il suo prestigio grazie all'attiva partecipazione alle guerre d'Italia tra l'imperatore Federico I di Svevia, il Barbarossa, da una parte, il papato e i Comuni lombardi dall'altra, e alle sue relazioni, interessanti tutto il Mediterraneo, particolarmente attive con Bisanzio e con la Francia. Perdette tuttavia i domini africani (1156- 1160). Guglielmo II (1166-1189), suo figlio, ebbe regno agitato, specialmente durante la minore età (fino al 1177), quando alle contese per la reggenza tra nobili e familiari (alti funzionari di corte, che prevalsero) si aggiunsero ribellioni di città (Messina e Palermo). Continuò la politica antisveva e filopapale di Guglielmo I, ma fallì in alcune imprese militari (in Egitto, contro il Saladino, e contro l'Impero bizantino); morì mentre un suo esercito andava alla terza crociata. Al suo nome sono legati stupendi monumenti, come il duomo di Monreale, la Cuba e la cattedrale di Palermo. Morto senza eredi, il regno passò a Enrico VI di Svevia (1194-1197), sposato dal 1186 con abilissima mossa diplomatica del Barbarossa a Costanza, sorella di Guglielmo I, che però dovette conquistarlo con la forza contro il partito legittimista, che riconobbe re Tancredi di Lecce, poi suo figlio Ruggero, discendenti da un fratellastro di Guglielmo I e di Costanza.

In questo periodo le lotte per la successione nella corona di Sicilia (protagonisti, come si è detto, i cadetti della casa d'Altavilla, imparentati con la corte inglese e gli Svevi e, più o meno direttamente, la Santa Sede, intenta a impedire un accerchiamento da parte imperiale) coinvolsero i più importanti regni europei, specie quelli mediterranei, interessati al controllo o almeno all'alleanza con i detentori degli scali commerciali del regno, ma anche quelli continentali, impegnati nell'opposizione all'Impero tedesco e ai suoi alleati, culminata nella battaglia di Bouvines (1214). Le sorti del regno meridionale interessavano anche la politica antimperiale dei Comuni centrosettentrionali. Il duro governo di Enrico VI (1194-1197) rischiò di compromettere la posizione degli Svevi nel regno, che fu salva grazie alla politica dello stesso papa, Innocenzo III, a favore dell'erede di Enrico VI, Federico II (I come re di Sicilia) [1197-1250], che portò il regno di Sicilia all'apogeo della potenza e dello splendore, facendone il centro politico e spirituale del Sacro romano impero e un modello di Stato moderno, severo nella tutela del potere centrale di fronte alle tendenze centrifughe feudali, municipali e nazionalistiche (in Sicilia convivevano Latini, Normanni, Tedeschi, Arabi e Greci) e zelante nell'esigenza della certezza e della forza del diritto (Constitutiones regni utriusque Siciliae, Melfi, 1231). Nel campo economico, Federico II, oltre a incoraggiare le attività in precedenza avviate, limitò i privilegi genovesi e pisani e sottopose a monopolio la produzione e il commercio dei cereali, del sale e della seta. Di rilevanza europea sono le iniziative culturali della corte sveva di Palermo. La crisi apertasi alla scomparsa di Federico II, dopo un tentativo di signoria personale di Pietro Ruffo, uno di federazione di città libere promosso dal papa e uno infine di ricuperare il regno alla casa sveva da parte di Manfredi (1258-1266), venne risolta dalla conquista di Carlo I d'Angiò (1266-1285), re per investitura papale. Ma il trasferimento della capitale a Napoli, l'infeudazione di ampi territori siciliani a signori francesi, l'inasprimento dei monopoli, delle imposte e degli oneri militari provocarono, con l'insurrezione di Palermo del 31 marzo 1282, quella guerra dei Vespri siciliani che, con l'appoggio della popolazione e l'opera di alcuni insigni personaggi fedeli alla casa sveva, nonostante la resistenza francese e l'opposizione pontificia portò la Sicilia al re Pietro I (III) d'Aragona (1282-1285), genero di Manfredi.

Pietro I (III) lasciò al figlio Alfonso l'Aragona, al figlio Giacomo la Sicilia; ma, morto Alfonso, Giacomo gli succedette in Aragona, e destinò a reggere l'isola il fratello Federico II (III), che fu proclamato re (1296-1337) e, dopo alcuni anni di una guerra che vide alleati Giacomo d'Aragona e Carlo II d'Angiò, gli fu riconosciuto il dominio dell'isola vita natural durante (col titolo di re di Trinacria, restando quello di re di Sicilia agli Angioini; pace di Caltabellotta, 1302). Nella Sicilia indipendente, sotto gli Aragonesi si accentuò il regime feudale (parlamento con tre bracci: ecclesiastico, militare, demaniale), si appesantì il latifondismo, si ebbe decadenza economica per le continue guerre che, non essendo stata eseguita la pace di Caltabellotta, che prevedeva, alla morte di Federico II, la restituzione dell'isola agli Angioini, si protrassero, coi re Pietro II (1337-1342), Ludovico o Luigi (1342-1355) e Federico III (1355-1377), fino a quando Giovanna I d'Angiò rinunciò definitivamente ai diritti sulla Sicilia (1372, pace di Catania). Intanto il paese era lacerato dalle lotte tra baroni locali e baroni catalani e tra le più potenti famiglie: Palizzi, Ventimiglia, Chiaramonte, Alagona. Alla morte di Federico III la corona passò tra sanguinosi contrasti alla figlia Maria (1377- 1402), sposata a Martino I il Giovane, re d'Aragona, a cui succedette il padre Martino II il Vecchio, pure re d'Aragona, che regnò pochi mesi (1409-1410). Con questi ultimi e dopo il vicariato di Bianca (1410-1412), vedova di Martino I, l'isola, fino allora indipendente, divenne una dipendenza spagnola e, nonostante l'opposizione baronale, col re d'Aragona Ferdinando I di Castiglia (1412-1416) cominciò a essere governata per delega da viceré, il primo dei quali, figlio minore del re, Giovanni di Peñafiel (1415), ambì, invano, alla corona.

Alfonso I (V) il Magnanimo, re d'Aragona (1416-1458), concluse vittoriosamente la secolare lotta contro gli Angioini di Napoli riunendo (1442) sotto un'unica corona, anche se con amministrazioni separate, tutto il Mezzogiorno della penisola italiana (Sicilia, Sardegna e regno di Napoli) e assunse per primo il titolo di "rex utriusque Siciliae" (re delle Due Sicilie, peraltro ricomparso nel 1816).

Sembrò in tal modo rinnovarsi il glorioso e mai dimenticato regnum Siciliae normannosvevo che costituisce il patrimonio storico di più illustre tradizione dell'isola. In effetti il regno di Alfonso rappresentò per la Sicilia un momento di grande importanza. L'antica piaga dei baroni, che operavano individualisticamente e spesso contro lo Stato, venne in gran parte sanata: convogliati nell'orbita della monarchia mediante il riconoscimento sovrano dei loro privilegi (spesso ampliati), i baroni tornarono a occuparsi delle loro proprietà agricole. I contadini poterono migliorare le loro condizioni di vita per l'accresciuta produttività della terra, il cui acquisto a enfiteusi o a colonia era solitamente favorito da franchigie di varia natura. Analogamente si ebbe una rinascita anche nelle città, che presero a ripopolarsi e divennero centri attivi di commerci e di traffici con rinomate fiere autorizzate dal sovrano (come quelle di Alcamo, Randazzo, Caltagirone, Tindari). Anche la cultura conobbe una notevole fioritura soprattutto se si considerano le condizioni di oscurantismo in cui l'isola versava ancora nella seconda metà del XIV sec.: crescente diffusione dei libri specialmente di contenuto religioso e giuridico; incremento delle biblioteche (sei nella sola Catania), in gran parte gestite da benedettini e domenicani; istruzione pubblica impartita dai comuni (quella superiore era curata da insegnanti autorizzati dal governo); fondazione, voluta dallo stesso sovrano aragonese (1434), del Siculorum Gymnasium (l'università) nella città di Catania a coronamento della generale esigenza dell'isola di avere un proprio centro di irradiazione culturale. In campo politico il locale parlamento non trascurò mai di far presenti al re le prerogative autonomistiche dell'isola e a tal fine ogni capitolo parlamentare (atto di approvazione dei donativi per i bisogni della Corona) conteneva come preambolo un richiamo al rispetto da parte del sovrano delle immunità e dei privilegi del regno di Sicilia.

Queste erano le condizioni materiali e morali dell'isola allorché le vicende successive alla morte dell'aragonese Alfonso I (V) il Magnanimo la inserirono definitivamente nell'ambito della monarchia unitaria spagnola con il ruolo secondario (sempre tanto disprezzato dai Siciliani) di vicereame. Assegnata infatti in unione personale a Giovanni II (1458-1479), re d'Aragona, fratello di Alfonso I (V) che attribuì invece Napoli al proprio figlio naturale legittimato Ferdinando I (Ferrante) [smembrando così il "regno delle Due Sicilie"], l'isola divenne una mera dipendenza spagnola con Ferdinando II il Cattolico, fondatore della monarchia nazionale iberica, il quale peraltro si impadronì anche del regno di Napoli dapprima in accordo con la Francia (trattato segreto di Granada, 1500) e poi contro di essa (1503). L'ingresso dell'isola nel sistema politico-militare del regno di Spagna avvenne in un momento in cui assai grave era divenuta la minaccia turca nel Mediterraneo. E se da un lato gli isolani poterono apprezzare tutta l'importanza dell'aiuto militare spagnolo nella difesa della loro terra dai predatori ottomani, dall'altro la Spagna, facendo della Sicilia un baluardo strategico contro l'Impero ottomano, determinò un rilancio della sua funzione mediterranea. La dominazione spagnola, che durò ancora oltre due secoli, mostrò chiari segni di crisi (rivolte antispagnole di numerose città siciliane nel XVII sec.) in sincronia con la crisi della stessa monarchia spagnola e finì con la pace di Utrecht (1713).

Sotto gli Spagnoli la Sicilia subì un generale appesantimento delle proprie condizioni politiche, sociali ed economiche. Il parlamento funzionò sempre più raramente e venne man mano soppiantato dagli organi governativi alle dirette dipendenze della Corona (in ciò favoriti soprattutto dalle concezioni rigidamente assolutistiche di Filippo II). I baroni chiesero (e quasi sempre ottennero) nuovi privilegi, nuove immunità, nuovi feudi (peraltro immobilizzati dal maggiorasco), ma i più per assenteismo, per scarso senso imprenditoriale e opportunismo lasciarono incolte le terre causandone l'abbandono da parte dei contadini, che si riversarono nelle città dove aumentarono le classi più povere gravate da un oppressivo carico tributario e in condizioni di estrema indigenza; non mancarono perciò le sollevazioni come nel 1606, nel 1646, nel 1647, nel 1649 (promotori a Palermo A. Lo Giudice e G. Pesce) e nel 1674 (insurrezione di Messina sostenuta da Luigi XIV).

Nel 1713, alla conferenza della pace di Utrecht, la Sicilia con titolo e dignità di regno fu assegnata dalle nazioni europee vincitrici nella guerra di Successione spagnola a Vittorio Amedeo II di Savoia a compenso della sua attiva partecipazione al grande conflitto. Determinante ai fini di tale assegnazione si rivelò l'opera politica e diplomatica dell'Inghilterra che, conquistata e ottenuta a Utrecht Gibilterra, posizione chiave per il controllo del Mediterraneo nel quale da quel momento subentrava definitivamente alla Spagna, si batté con energia perché l'isola, anch'essa baluardo strategico di primo piano nel "mare caldo", fosse nelle mani del suo piccolo alleato sabaudo anziché in quelle, assai più pericolose, dell'lmpero absburgico al quale erano toccati tutti gli altri possedimenti spagnoli della penisola italiana. Fu una decisione che l'Austria dovette subire ma alla quale non si rassegnò. La cessione al duca sabaudo, inizialmente osteggiata dai Siciliani, venne accettata con molta soddisfazione sia dai grandi del regno sia dalle plebi quando all'atto dell'incoronazione Vittorio Amedeo II giurò l'osservanza dei privilegi e il riconoscimento delle immunità, delle esenzioni e degli statuti di cui le città godevano ormai da tempo remotissimo. Soprattutto la consapevolezza di avere riavuto un re proprio destò esultanza generale e fece sorgere in molti la speranza che il regno di Sicilia potesse essere l'entità politica attorno alla quale i sovrani sabaudi avrebbero potuto operare l'unificazione italiana ricongiungendosi territorialmente ai loro possedimenti alpini. Dal punto di vista governativo le speranze dei Siciliani non furono, in linea generale, tradite. Vittorio Amedeo II, con la sapiente collaborazione di eminenti rappresentanti locali (il duca di Furnari, il conte Airoldi, i principi di Campofiorito e di Niscemi, il marchese di Giarratana e altri), promosse infatti il riordinamento dell'amministrazione e delle finanze, diede nuovo impulso all'università di Catania, pose mano alla costruzione di una flotta mercantile e da guerra per assicurare i collegamenti tra il regno e il ducato di Savoia; tuttavia il rigore dei funzionari regi e una certa imparzialità nell'applicazione delle leggi destarono presto l'ostilità dei baroni. Si tornò a guardare con nostalgia alla Spagna che nel 1718 per iniziativa dell'Alberoni occupò l'isola trovando ampi consensi tra i nobili. La prospettiva di un ritorno spagnolo fu tuttavia subito infranta dall'intervento della Quadruplice alleanza (Inghilterra, Austria, Province Unite e Francia), che costrinse la Spagna a ritirarsi e accolse le pretese dell'imperatore Carlo VI, decidendo a Cockpit (Londra) la cessione dell'isola all'Impero absburgico. Vittorio Amedeo II dovette accettare, a malincuore, il più modesto compenso della Sardegna con titolo regio.

La dipendenza dei Siciliani (governati da un viceré) dall'imperatore durò sedici anni (1718-1734). I nobili, memori delle vittoriose lotte contro i Turchi condotte sotto Carlo V, videro inizialmente nell'imperatore "lo scudo fortissimo della Cattolica Religione, duro flagello e freno all'arroganza ottomana"; tuttavia essi rimasero molto presto delusi nelle loro aspettative perché l'Austria introdusse in Sicilia un fiscalismo assai più pesante di quello spagnolo, soprattutto per i metodi di esazione. Già nel 1720 essa pretese un donativo di 600.000 scudi (a differenza dei 400.000 del periodo spagnolo e sabaudo) e nel 1732 di 800.000; inoltre per procurarsi altro danaro ricorse alla vendita dei titoli nobiliari, il contributo per l'esercito fu riscosso in misura doppia rispetto agli effettivi da mantenere, fu imposta la tassa sul macinato, furono confiscati i beni dei nobili assenti dal regno, gli impieghi pubblici vennero assegnati per danaro. Per di più Siciliani e Austriaci non familiarizzarono mai a causa della "barbara lingua" di questi ultimi che nell'isola "non era intesa". Perciò quando Carlo di Borbone, duca di Parma (figlio di Filippo V di Spagna), durante la guerra di Successione polacca escluse gli Austriaci dal Mezzogiorno d'Italia (vittoria di Bitonto, 1734), i Siciliani videro con favore il ritorno del predominio spagnolo.

Sotto Carlo di Borbone (Carlo VII), iniziatore dell'ultima dinastia regnante, la Sicilia con Napoli tornò a essere sostanzialmente una dipendenza spagnola; soltanto nel 1759, allorché questi cinse la corona di Spagna (Carlo III), la Sicilia e Napoli costituirono due regni completamente autonomi sotto il figlio di Carlo, Ferdinando, che si intitolò IV di Napoli e III di Sicilia. Nonostante si affermasse da più parti che all'isola spettava una posizione di preminenza per la sua più antica dignità di regno, fin dagli inizi si tentò di assorbirla in un organismo statale con centro Napoli (residenza della corte) declassandola a vero e proprio territorio di conquista. Dalla severa mortificazione delle tradizioni autonomistiche i Siciliani, di nuovo governati da un viceré, alimentarono un vivo risentimento che non fu placato neppure dalle riforme operate durante il governo di Domenico Caracciolo (1781-1786) che abolì l'Inquisizione e molti privilegi baronali. Riposero grandi speranze in Ferdinando IV quando il re, abbandonata Napoli invasa dagli eserciti francesi rivoluzionari (Repubblica Partenopea [1799], regno di Giuseppe Bonaparte e di Gioacchino Murat [1806-1815]), si rifugiò a Palermo. Riuscirono infatti a ottenere, anche per le pressioni della Gran Bretagna (rappresentata dall'ambasciatore lord Bentinck), sotto la cui protezione si era posto Ferdinando, una costituzione (1812), che, sebbene modellata su quella inglese, in realtà rafforzava i privilegi dei nobili e comunque fu da Ferdinando IV ritirata allorché, con la Restaurazione, poté rientrare a Napoli e, sicuro ormai della corona, decretò poi la fusione dei due regni (1816) nell'unico regno delle Due Sicilie (Ferdinando I); seguì l'abolizione dei privilegi e delle prerogative isolane. Il risentimento dei Siciliani si trasformò allora in odio e da quel momento iniziarono le loro aspirazioni separatiste intanto convogliate nelle lotte popolari del Risorgimento italiano (rivoluzione del 1820, domata dal generale Colletta, insurrezione di Palermo nel 1831, rivolte a Catania e a Siracusa nel 1837), anche se a ogni occasione furono avanzate richieste di una costituzione propriamente siciliana e del riconoscimento della parità con Napoli. Questo si avverò soprattutto nel 1848 allorché la Sicilia, tra i primi paesi europei a scuotere il giogo dell'assolutismo, cacciò i Borboni e di fronte al rifiuto opposto alle sue istanze da Ferdinando II (detto "il re Bomba" per aver fatto bombardare Messina) demandò la reggenza dell'isola a Ruggiero Settimo, capo del governo rivoluzionario, e offrì il regno a Ferdinando Maria Alberto, duca di Genova, figlio di Carlo Alberto, che però rifiutò. Le speranze autonomistiche, soffocate dalla reazione borbonica (1849), ripresero vigore nel 1860 quando i "picciotti" diedero a Garibaldi (dittatore della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II [proclama di Salemi]) un contributo decisivo per la liberazione del Mezzogiorno e la conseguente unificazione italiana.

L'isola entrò nel regno d'Italia animata da fervide speranze di rinnovamento e molti dei più accesi indipendentisti, fra cui soprattutto Michele Amari, diedero il loro appoggio al nuovo governo sabaudo che peraltro si trovò di fronte a problemi gravissimi. Caduto il mito della presunta fertilità delle terre meridionali (e dell'indolenza dei suoi abitanti), balzò in primo piano una situazione economico-sociale drammatica. Accanto a un'esigua minoranza di privilegiati (nobiltà e alto clero), i ceti rurali e urbani languivano in condizioni di abbandono; il latifondismo avviliva le campagne e la mancanza di risorse le città; né si dimostrò decisivo lo spossessamento dell'asse ecclesiastico attuato con le "leggi eversive" del 1866-1867. D'altra parte i sistemi di governo dei nuovi funzionari piemontesi non furono i più adatti alla situazione, anzi essi pretesero di imporre metodi di amministrazione (specialmente fiscali) che erano inadeguati e necessariamente impopolari in Sicilia sia per l'effettiva povertà economica dell'isola sia per le tradizioni storiche, politiche e di costume totalmente diverse rispetto al Piemonte e all'Italia settentrionale in genere. Da qui il cosiddetto "antipiemontesismo" sfociato ben presto nel brigantaggio (peraltro alimentato dai Borboni e dal clero), nella diffidenza e nell'ostilità delle popolazioni che "all'ingiustizia statale" cominciarono a preferire la giustizia semplice e ai loro occhi efficace di organizzazioni settarie come la mafia ("l'onorata società" che almeno in quel periodo talvolta tolse al ricco e diede al povero). Si ebbero così l'insurrezione di Palermo nel 1866, l'eccidio dei contadini di Caltavuturo del 1893, i moti popolari attuati dai fasci dei lavoratori e contro i quali il siciliano Crispi operò una durissima repressione. L'alba del XX sec. trovò la Sicilia alle prese con quasi tutti i suoi problemi vecchi e nuovi che né i governi della Destra né quelli della Sinistra avevano saputo alleviare. Cominciò allora la grande emigrazione del proletariato siciliano verso le Americhe e verso l'Australia, causa di ulteriore impoverimento delle campagne e dei piccoli centri rurali. Il fascismo riportò nell'isola una parvenza di ordine, ma, a parte la costruzione di talune vie di comunicazione stradale e ferroviaria, lasciò intatto il latifondo offrendo ai contadini il miraggio del benessere nelle colonie d'Africa.

Da Licata, nel luglio del 1943, ebbe inizio la liberazione della penisola italiana dai Tedeschi i quali il 17 agosto successivo sgombrarono definitivamente l'isola. Seguì poi un periodo di disordini durante il quale ai tentativi di occupazione delle terre da parte dei contadini si unì un confuso quanto equivoco sentimento indipendentista e separatista alimentato da esigui settori retrivi in comunione d'interessi col banditismo del quale era allora esponente principale Salvatore Giuliano. Nacquero così l'Esercito volontario per l'indipendenza siciliana (EVIS) e il Movimento per l'indipendenza della Sicilia (MIS), furono attaccate le caserme dei carabinieri, fu perpetrata la strage di Portella della Ginestra (1947). Nel quadro dell'ordine presto ripristinato, le antiche aspirazioni autonomistiche e separatiste trovarono alfine un riconoscimento nella concessione dello statuto regionale speciale (1948), il cui funzionamento, nonostante abbia garantito una notevole ripresa economica dell'isola (favorita anche dal turismo e dalla scoperta di consistenti risorse petrolifere che hanno dato luogo alla nascita di vasti insediamenti industriali soprattutto nella zona orientale), ha lasciato molto a desiderare sul piano prettamente politico: frequenti e lunghe crisi delle giunte, equivoche connivenze politiche, come quelle (MSI e PCI) attuatesi nel periodo del governo di Silvio Milazzo (1958-1960), da cui il cosiddetto fenomeno del milazzismo, esteso incremento del clientelismo, inadeguata impostazione dei molti problemi sociali ed economici che ancora travagliano l'isola, acuiti dall'estensione del fenomeno mafioso.

La Sicilia è stata costituita in regione a statuto speciale con legge costituzionale 26 febbraio 1948 (conversione del DL 15 maggio 1946 con cui era stato approvato lo statuto). Gli organi sono: l'assemblea regionale, eletta per cinque anni a suffragio universale diretto e sistema proporzionale, che esercita la funzione legislativa con competenza esclusiva su determinate materie (ad es. acque pubbliche, istruzione elementare, industria e commercio), più ampia rispetto a quella spettante alle altre regioni a statuto speciale; può essere sciolta su proposta al governo nazionale da parte del commissario dello Stato per persistente violazione dello statuto; la giunta regionale composta di 12 assessori (dieci preposti ai vari settori della pubblica amministrazione e due alla presidenza) eletti, col presidente della giunta, dall'assemblea regionale nella sua prima seduta e nel suo seno a maggioranza assoluta; insieme col presidente costituisce il governo della regione responsabile davanti all'assemblea; il presidente della regione rappresenta l'ente regionale, promulga le leggi, provvede al mantenimento dell'ordine pubblico a mezzo della polizia dello Stato, la quale nella regione siciliana dipende disciplinarmente per l'impiego e l'utilizzazione dal governo regionale (è questa una prerogativa della sola regione siciliana, della quale, però, fino a ora nessun presidente si è avvalso), ha diritto di partecipare al consiglio dei ministri con rango di ministro e voto deliberativo allorché si decidano questioni che interessano la Sicilia (anche questa è una prerogativa esclusiva del presidente della regione siciliana; i presidenti delle altre regioni a statuto speciale partecipano, infatti, al consiglio dei ministri senza rivestire il rango di ministri e con voto consultivo).

Gli organi centrali di giustizia amministrativa (Consiglio di Stato e corte dei conti) hanno a Palermo una sezione competente a conoscere degli affari concernenti la regione siciliana.

L'afflusso dei coloni greci dall' VIII al V sec. a.C. determinò nell'isola il sorgere di numerose città dal regolare impianto urbanistico. L'ellenizzazione, interrotta poi dall'invasione cartaginese, portò alla fioritura di grandi centri quali Milazzo, Tindari, Zancle, Catania, Megara, Siracusa, Gela, Enna, Agrigento, Selinunte, Segesta, Palermo, Solunto, Imera, la cui floridezza declinò nell'epoca del dominio romano. Si popolarono allora alcune piccole località e si ridussero a più modeste strutture città ancora prestigiose quali Taormina, Catania, Siracusa, Agrigento e Palermo. È appunto nei singoli centri che va ricercata l'interessante storia archeologica della Sicilia greco-romana, assai ricca di monumenti architettonici, sculture, ceramiche e serie numismatiche, dall'arcaismo dorico al tardo stile dell'età imperiale.

 

bibliografia: Enciclopedia Rizzoli-Larousse 2001