L'isola ha
forma tricuspidale (donde l'ant. nome di Trinacria), con le estremità
nei capi Peloro (punta del Faro) a NE, presso Messina; capo delle Correnti a
sud; capo Boeo o Lilibeo a ovest, su cui sorge Marsala. Della regione siciliana
fanno parte i gruppi insulari periferici delle Eolie o Lipari (prov. Messina) e
delle Egadi (prov. Trapani); le lontane Pelagie (prov. Agrigento); l'isola di
Pantelleria (prov. Trapani) e l'isolata Ustica (prov. Palermo), nel Tirreno, a
ovest delle Eolie. Le coste hanno uno sviluppo di 1.039 km e presentano
caratteri assai diversi: sono più articolate sul mar Tirreno, a nord, dove si
aprono i golfi di Castellammare, di Palermo, di Termini Imerese, di Patti e di
Milazzo, mentre sullo stretto di Messina sedimentazioni di varia natura hanno
formato la singolare insenatura falcata del porto di Messina; più a sud, sullo
Ionio, la costa, prima uniforme e poco articolata, diventa alta e rocciosa tra
capo Sant'Alessio e Taormina, poi bassa e sabbiosa, flettendosi nell'ampio
golfo di Catania, a sud del quale torna frastagliata e rocciosa, con le duplici
insenature di Augusta e di Siracusa e il vasto golfo di Noto. A ovest del capo
Passero, la costa si presenta piatta e uniforme, pianeggiante anche per una
decina di chilometri verso l'interno tra Sciacca, Marsala e Trapani. Complessa è l'orografia dell'isola, prevalentemente
collinare e montuosa (altitudine media, 400 m). Da NE a NO si allungano
parallelamente alla costa settentrionale tirrenica i monti Peloritani (Montagna
Grande, 1.374 m), incisi da brevi, precipitose fiumare; i boscosi Nebrodi o
Caronie (monte Soro, 1.847 m); le pittoresche Madonie, boscose e poco popolate
(pizzo Carbonara, 1.975 m). Più a ovest, oltre la depressione formata dai fiumi
Torto a nord e Platani a sud, s'innalzano montagne isolate o raggruppate
irregolarmente, di natura prevalentemente calcarea (calcari mesozoici),
emergenti su terreni argillosi o arenacei (monte San Calogero, 1.325 m; monte
Sparagio, 1.110 m; rocca Busambra, 1.613 m; Monti Sicani; monte Pellegrino;
ecc.); più a sud si ergono dossi collinari brulli o rivestiti di fichi d'India
e di radi olivi, e basse rupi gessose o calcaree. Al centro dell'isola si estende il cosiddetto altopiano
solfifero, ricco di giacimenti di zolfo e di gesso, con ampie ondulazioni
collinari, e terreno franoso; esso continua a est nel gruppo dei monti Erei (Altesina,
1.193 m), costituiti da terreni pliocenici, a sud dei quali si ergono i monti
Iblei, a struttura tabulare (calcari pliocenici e miocenici), solcati da
pittoresche valli torrentizie dette "cave", occupanti l'estremità sudorientale
dell'isola (monte Lauro, 985 m). A dominio della costa orientale e della piana
di Catania, tra le valli dell'Alcantara e del Simeto e il mare, si erge infine
l'Etna (3.263 m), il più grande vulcano d'Europa e uno dei maggiori vulcani
attivi del mondo. Apparati vulcanici minori si trovano nelle Eolie, con
Stromboli e Vulcano (attivi), in Ustica e a Pantelleria. La Sicilia è inoltre
area di forte sismicità, soprattutto nelle zone nordorientali, sudorientali e
occidentali (terremoto di Messina del 1908; terremoto del gennaio 1968 nella
Sicilia occidentale). A parte le brevi pianure alluvionali intensamente
coltivate succedentisi lungo la costa tirrenica (Milazzo, Termini Imerese,
Conca d'Oro, Castellammare) e poche altre piane costiere (del Belice, di Gela,
ecc.), l'unica grande pianura, fertile e popolosa, è la piana di Catania (432
km²), ai piedi dell'Etna, formata dai depositi alluvionali portati dal Simeto e
dai suoi affluenti: Salso, Dittaino e Gornalunga. Il sistema idrografico della Sicilia è costituito da corsi
d'acqua a carattere torrentizio, dal regime molto irregolare, con portate
massime in inverno e minime nella stagione estiva. I più importanti fiumi del
versante tirrenico (generalmente brevi, per la vicinanza alla foce della linea
di displuvio) sono il Torto e l'Imera Settentrionale, che sfociano nel golfo di
Termini Imerese; maggiore sviluppo hanno i fiumi tributari del Mare Africano e
dello Ionio. Nel primo si gettano il Belice, il Platani, il Salso o Imera
Meridionale, il più lungo dell'isola, il Gela, il Dirillo e l'Irminio, in gran
parte utilizzati per l'irrigazione e per la produzione di energia elettrica; al
versante ionico fluiscono i fiumi Tellaro, Cassibile, Anapo, Simeto e Alcantara,
ricco di acque e utilizzato ampiamente per l'irrigazione. Pochi sono i bacini
lacustri ( ll clima è tipicamente mediterraneo sulla costa, con inverni
miti e relativamente piovosi ed estati calde e secche; nell'interno, causa
l'altitudine e la distanza dal mare, si hanno alterazioni climatiche notevoli
(maggiori escursioni termiche, ecc.). La media annua della temperatura varia
dai 19 °C ai 15 °C, con una media di 10-11 °C nel mese di gennaio. Le
precipitazioni sono concentrate nel periodo autunno-inverno, con siccità estiva
prolungata, accentuata nelle zone interne e nelle fasce meridionale e
occidentale, mentre le aree di maggiore piovosità (oltre 1.000 mm di
precipitazioni annue) si trovano all'estremità nordorientale, nella zona
dell'Etna (oltre i 2.000 m d'alt., sotto forma di neve, che si mantiene
costante da novembre a giugno) e sulla costa tirrenica. La media annua delle
precipitazioni invece in tutta l'isola oscilla tra i 500 e i 750 mm. La popolazione dell'isola che nell'antichità (circa 500 a.C.)
raggiungeva il milione di abitanti, e sotto gli Arabi 1.600.000, decrebbe
notevolmente nel tardo medioevo e solo nel Nell'ultimo dopoguerra l'economia della Sicilia ha
registrato una profonda trasformazione, dovuta a vari fattori, come gli
interventi della Cassa per il Mezzogiorno, la scoperta e lo sfruttamento del
petrolio, la creazione di appositi istituti per il finanziamento delle imprese
e gli investimenti di capitali del Nord, ecc. Tale evoluzione economica però si
è fatta sentire solo in alcune zone, soprattutto costiere, mentre molte altre,
specie all'interno, sono ancora arretrate. Le attività del settore primario
conservano una notevole importanza nell'economia regionale. La percentuale di
forze di lavoro che esse occupano è sensibilmente più alta della media (14,8%,
nel 1989, contro il 9,3% nazionale) e consistente è anche il valore complessivo
della produzione (circa l'11% del totale italiano, pari al secondo posto nel
paese subito alle spalle dell'Emilia-Romagna). Abbondantissima è la produzione
agrumicola, che vede la Sicilia nettamente al primo posto nel paese tanto per
le arance quanto per i mandarini e i limoni, con quote comprese fra il 50% e il
90% del totale nazionale. Da primato sono anche diverse produzioni
ortofrutticole: melanzane, peperoni, zucchine, fave (tutte con quote comprese
fra il 35% e il 20% del totale nazionale) e mandorle (poco meno del 60%).
Discreta importanza hanno il patrimonio zootecnico (soprattutto ovino) e ancor
più la pesca (primo posto per il pesce con il 34% del totale nazionale, e primo
posto per i crostacei, con il 48%), che alimenta una sviluppata industria
conserviera e della salagione. Il settore è turbato dai contrasti con la
Tunisia, che ha ripetutamente catturato pescherecci di Mazara del Vallo
accusandoli di essere entrati nelle sue acque territoriali. In campo
industriale, l'enorme sviluppo del settore petrolchimico, con le grandi
concentrazioni nell'area sudorientale (Augusta, Gela, Siracusa), non ha
innescato alcun processo cumulativo di sviluppo, provocando inoltre gravi danni
ambientali. La crisi del settore ne ha fatto, negli anni recenti, un comparto
che grava sull'economia regionale. Economicamente più dinamiche sono le medie
industrie del Catanese (meccanica, chimica, elettronica e alimentare) e del
Palermitano, dove sono localizzate anche quelle di grandi dimensioni (cantieri
navali a Palermo e Fiat a Termini Imerese). Non mancano, in diverse altre zone
della regione, numerose iniziative alimentari (vinicole, olearie, della pasta,
delle conserve vegetali), tessili, dell'abbigliamento e dei materiali da
costruzione. La regione è stata progressivamente dotata di una potente
industria dell'energia: grandi raffinerie di petrolio, centrali termoelettriche
che nel 1995 hanno prodotto 20,3 miliardi di kWh, con un surplus, rispetto al
consumo regionale, esportato sul "continente" (in Campania, Lazio e Puglia).
Questa base energetica si è ulteriormente ampliata con l'entrata in funzione
nel 1984 del gasdotto che convoglia in Italia il metano algerino attraverso la
Tunisia e la Sicilia. Nel complesso l'industria siciliana ha un peso
relativamente modesto nello spazio economico italiano: il valore della
produzione industriale è il 4,4% del totale nazionale (Lombardia 25,4%,
Piemonte 11,5%). La lontananza dai mercati dell'Italia del Nord e della CEE, le
difficoltà dell'ambiente sociale dell'isola sembrano aver annullato sinora i
vantaggi connessi alla posizione centrale sulle rotte del petrolio e del metano
e la vicinanza ai ricchi mercati dei paesi dell'OPEC. Una grave strozzatura è
il carattere poco innovativo e rigido degli impianti di produzione chimici e
meccanici. Nonostante la presenza di tre grosse sedi universitarie, la Sicilia
è emarginata dalla geografia dei centri italiani di ricerca scientifica e
tecnologica. Sede di industrie moderne ad alta intensità di capitale e
bassa intensità di lavoro, con una ricca agricoltura che può fornire redditi
soddisfacenti solo riducendo drasticamente il numero degli addetti rispetto al
passato contadino, la Sicilia presenta una situazione difficile sul piano
dell'occupazione. I disoccupati sono a un livello più che doppio rispetto a
quello dell'Italia del Nord. I trasporti costituiscono un grosso limite per
l'economia della regione, con linee ferroviarie importanti a semplice binario e
in diverse zone ancora a scartamento ridotto, e una rete viaria limitata anche
dopo la realizzazione di tragitti autostradali. Grave è anche il problema del
superamento dello stretto di Messima dove il traffico si congestiona in modo
allarmante, specie all'epoca delle spedizioni dei prodotti ortofrutticoli e
agrumari e nei momenti di maggior traffico turistico. Da tempo si parla della
costruzione di un ponte stradale-ferroviario o di un tunnel sottomarino:
l'ultimo progetto in ordine di tempo è quello che risale al dicembre del 1992 e
prevede la costruzione di un ponte sospeso a campata unica lungo 3.600 m a
largo 60 sul quale correrebbero otto corsie autostradali quattro per servizio e
due binari ferroviari. Attivo l'artigianato del legno, dei tappeti, delle
filigrane, dei merletti e della ceramica (Caltagirone, Agrigento, Siracusa).
Tipica opera dell'artigianato artistico siciliano è stato il carretto dipinto a
vivaci colori con scene celebranti soprattutto le gesta di famosi paladini,
entrate anche nel repertorio del celebre teatro popolare dei Pupi. Rinomata
produzione artigianale è quella delle frutta candite e dei dolciumi (marzapane,
cassata, cannoli, ecc.), nonché quella dei gelati e delle cassate gelate. In
continuo sviluppo è il turismo, che si avvale di impareggiabili attrattive, per
le quali tutta l'isola, con le isole minori, può essere considerata meta
turistica: sia per il clima (la Sicilia è detta l'isola del sole, per
eccellenza) sia per le vestigia preistoriche e le mirabili zone archeologiche e
turistiche: Segesta, Selinunte, Solunto, la Valle dei Templi di Agrigento,
Siracusa, Palazzolo Acreide, Pantalica, Piazza Armerina, Centuripe, Tindari,
Catania, Eraclea Minoa, ecc.; la zona dell'Etna; l'incomparabile Taormina,
Erice e decine e decine di altre città, suggestive per posizione e paesaggio; i
centri di villeggiatura e di sport invernali delle Madonie (Petralia Sottana,
Piano degli Zucchi, Piano della Battaglia), dei Peloritani e dell'Etna (Nicolosi,
Linguaglossa); le città famose per lo splendore dei monumenti artistici e le
vestigia di passate civiltà (Monreale, Cefalù, Noto, Modica, Caltagirone,
ecc.); le frequentate stazioni balneari del Lido di Mondello (Palermo), della
riviera dei Ciclopi e La Plaia (Catania), della riviera dei Tre Golfi (da
Cefalù a San Vito lo Capo), ecc.; le spettacolari feste religiose; le grandi
manifestazioni di carattere internazionale (settimana di Musica sacra a
Monreale, sagra del mandorlo in fiore ad Agrigento, le rappresentazioni
classiche nel Teatro Greco di Siracusa, il festival cinematografico a Messina e
Taormina, ecc.), o di grande importanza economica (fiera del Mediterraneo, a
Palermo; fiera di Messina) o sportiva (Targa automobilistica Florio, oggi solo
celebrativa, giro aereo internazionale di Sicilia, ecc.). Le testimonianze dei più antichi insediamenti umani in
Sicilia risalgono al paleolitico, di cui sono stati rinvenuti numerosi resti
specialmente in talune grotte delle coste settentrionali, in un gruppo delle
quali ( Chiamata dai Greci Sikelía o anche, per la sua forma,
Trinakría, la Sicilia in età storica era abitata dagli Elimi, dai Sicani
e dai La rovina dell'Impero romano d'Occidente coinvolse
naturalmente anche la Sicilia, che tuttavia risentì meno di altre regioni della
crisi generale grazie alla sua ricchezza granaria e alla sua insularità. Nel
La conquista normanna si compì in un trentennio, dalla presa
di Messina (1061) a quella di Enna, Butera e Noto (1091); la resistenza araba
fu tenace, specie a Siracusa, difesa dall'emiro Ben Avert. Ruggero d'Altavilla,
dopo la morte del fratello Roberto (1085), solo artefice della conquista,
governò col titolo di gran conte di Sicilia e di Calabria dimostrando un largo
spirito d'iniziativa e di tolleranza; introdusse l'ordinamento feudale ignoto
al paese (e che nell'Italia centrosettentrionale stava radicalmente
trasformandosi), ma temperato dal vigore del potere centrale, a cui conferiva
carattere sacrale l'impronta religiosa della conquista, che gli procurò, da
parte del papa, il diritto di legazia apostolica, cioè una sorta di
soprintendenza sulla Chiesa locale (1098). A lui succedettero i figli Simone
(1101-1113) e Ruggero II (1113-1154), che riunì in un unico Stato i domini
normanni della penisola e la Sicilia ed ebbe dall'antipapa Anacleto II il
titolo di re di Sicilia e di Puglia (1130), confermatogli dal papa Innocenzo II
(1139), e con la sua attività legislativa (ordinamento della Magna Curia,
organo del potere centrale, istituzione della gerarchia giudiziaria e cameraria
[fiscale], Assise del regno) ed espansionistico- militare (nell'Oriente
bizantino e in Tunisia) portò il nuovo regno al rango di prima potenza
mediterranea, con adeguate basi economiche. Culturalmente, lo spirito latino
riprese il ruolo dominante, arricchito dagli apporti bizantini e arabi dei
secoli precedenti. Sotto il regno di Guglielmo I (1154-1166), che lasciò le
cure del governo ai ministri, d'altronde di alto livello, come Maione da Bari,
Matteo d'Aiello, Riccardo Palmer, il regno, benché turbato da complesse vicende
interne ed esterne, mantenne il suo prestigio grazie all'attiva partecipazione
alle guerre d'Italia tra l'imperatore Federico I di Svevia, il Barbarossa, da
una parte, il papato e i Comuni lombardi dall'altra, e alle sue relazioni,
interessanti tutto il Mediterraneo, particolarmente attive con Bisanzio e con
la Francia. Perdette tuttavia i domini africani (1156- 1160). Guglielmo II
(1166-1189), suo figlio, ebbe regno agitato, specialmente durante la minore età
(fino al 1177), quando alle contese per la reggenza tra nobili e familiari
(alti funzionari di corte, che prevalsero) si aggiunsero ribellioni di città
(Messina e Palermo). Continuò la politica antisveva e filopapale di Guglielmo
I, ma fallì in alcune imprese militari (in Egitto, contro il Saladino, e contro
l'Impero bizantino); morì mentre un suo esercito andava alla terza crociata. Al
suo nome sono legati stupendi monumenti, come il duomo di Monreale, la Cuba e
la cattedrale di Palermo. Morto senza eredi, il regno passò a Enrico VI di
Svevia (1194-1197), sposato dal 1186 con abilissima mossa diplomatica del
Barbarossa a Costanza, sorella di Guglielmo I, che però dovette conquistarlo
con la forza contro il partito legittimista, che riconobbe re Tancredi di
Lecce, poi suo figlio Ruggero, discendenti da un fratellastro di Guglielmo I e
di Costanza. In questo periodo le lotte per la successione nella corona
di Sicilia (protagonisti, come si è detto, i cadetti della casa d'Altavilla,
imparentati con la corte inglese e gli Svevi e, più o meno direttamente, la
Santa Sede, intenta a impedire un accerchiamento da parte imperiale)
coinvolsero i più importanti regni europei, specie quelli mediterranei,
interessati al controllo o almeno all'alleanza con i detentori degli scali
commerciali del regno, ma anche quelli continentali, impegnati nell'opposizione
all'Impero tedesco e ai suoi alleati, culminata nella battaglia di Bouvines
(1214). Le sorti del regno meridionale interessavano anche la politica
antimperiale dei Comuni centrosettentrionali. Il duro governo di Enrico VI
(1194-1197) rischiò di compromettere la posizione degli Svevi nel regno, che fu
salva grazie alla politica dello stesso papa, Innocenzo III, a favore
dell'erede di Enrico VI, Federico II (I come re di Sicilia) [1197-1250], che
portò il regno di Sicilia all'apogeo della potenza e dello splendore, facendone
il centro politico e spirituale del Sacro romano impero e un modello di Stato
moderno, severo nella tutela del potere centrale di fronte alle tendenze
centrifughe feudali, municipali e nazionalistiche (in Sicilia convivevano
Latini, Normanni, Tedeschi, Arabi e Greci) e zelante nell'esigenza della
certezza e della forza del diritto (Constitutiones regni utriusque Siciliae,
Melfi, 1231). Nel campo economico, Federico II, oltre a incoraggiare le
attività in precedenza avviate, limitò i privilegi genovesi e pisani e
sottopose a monopolio la produzione e il commercio dei cereali, del sale e
della seta. Di rilevanza europea sono le iniziative culturali della corte sveva
di Palermo. La crisi apertasi alla scomparsa di Federico II, dopo un tentativo
di signoria personale di Pietro Ruffo, uno di federazione di città libere
promosso dal papa e uno infine di ricuperare il regno alla casa sveva da parte
di Manfredi (1258-1266), venne risolta dalla conquista di Carlo I d'Angiò
(1266-1285), re per investitura papale. Ma il trasferimento della capitale a
Napoli, l'infeudazione di ampi territori siciliani a signori francesi,
l'inasprimento dei monopoli, delle imposte e degli oneri militari provocarono,
con l'insurrezione di Palermo del 31 marzo 1282, quella guerra dei Vespri
siciliani che, con l'appoggio della popolazione e l'opera di alcuni insigni
personaggi fedeli alla casa sveva, nonostante la resistenza francese e
l'opposizione pontificia portò la Sicilia al re Pietro I (III) d'Aragona
(1282-1285), genero di Manfredi. Pietro I (III) lasciò al figlio Alfonso l'Aragona, al figlio
Giacomo la Sicilia; ma, morto Alfonso, Giacomo gli succedette in Aragona, e
destinò a reggere l'isola il fratello Federico II (III), che fu proclamato re
(1296-1337) e, dopo alcuni anni di una guerra che vide alleati Giacomo
d'Aragona e Carlo II d'Angiò, gli fu riconosciuto il dominio dell'isola vita
natural durante (col titolo di re di Trinacria, restando quello di re di
Sicilia agli Angioini; pace di Caltabellotta, 1302). Nella Sicilia
indipendente, sotto gli Aragonesi si accentuò il regime feudale (parlamento con
tre bracci: ecclesiastico, militare, demaniale), si appesantì il
latifondismo, si ebbe decadenza economica per le continue guerre che, non
essendo stata eseguita la pace di Caltabellotta, che prevedeva, alla morte di
Federico II, la restituzione dell'isola agli Angioini, si protrassero, coi re
Pietro II (1337-1342), Ludovico o Luigi (1342-1355) e Federico III (1355-1377),
fino a quando Giovanna I d'Angiò rinunciò definitivamente ai diritti sulla
Sicilia (1372, pace di Catania). Intanto il paese era lacerato dalle lotte tra
baroni locali e baroni catalani e tra le più potenti famiglie: Palizzi,
Ventimiglia, Chiaramonte, Alagona. Alla morte di Federico III la corona passò
tra sanguinosi contrasti alla figlia Maria (1377- 1402), sposata a Martino I il
Giovane, re d'Aragona, a cui succedette il padre Martino II il Vecchio, pure re
d'Aragona, che regnò pochi mesi (1409-1410). Con questi ultimi e dopo il
vicariato di Bianca (1410-1412), vedova di Martino I, l'isola, fino allora
indipendente, divenne una dipendenza spagnola e, nonostante l'opposizione
baronale, col re d'Aragona Ferdinando I di Castiglia (1412-1416) cominciò a
essere governata per delega da viceré, il primo dei quali, figlio minore del
re, Giovanni di Peñafiel (1415), ambì, invano, alla corona. Alfonso I (V) il Magnanimo, re d'Aragona (1416-1458),
concluse vittoriosamente la secolare lotta contro gli Angioini di Napoli
riunendo (1442) sotto un'unica corona, anche se con amministrazioni separate,
tutto il Mezzogiorno della penisola italiana (Sicilia, Sardegna e regno di
Napoli) e assunse per primo il titolo di "rex utriusque Siciliae" (re delle Due
Sicilie, peraltro ricomparso nel 1816). Sembrò in tal modo rinnovarsi il glorioso e mai dimenticato
regnum Siciliae normannosvevo che costituisce il patrimonio storico di
più illustre tradizione dell'isola. In effetti il regno di Alfonso rappresentò
per la Sicilia un momento di grande importanza. L'antica piaga dei baroni, che
operavano individualisticamente e spesso contro lo Stato, venne in gran parte
sanata: convogliati nell'orbita della monarchia mediante il riconoscimento
sovrano dei loro privilegi (spesso ampliati), i baroni tornarono a occuparsi
delle loro proprietà agricole. I contadini poterono migliorare le loro
condizioni di vita per l'accresciuta produttività della terra, il cui acquisto
a enfiteusi o a colonia era solitamente favorito da franchigie di varia natura.
Analogamente si ebbe una rinascita anche nelle città, che presero a ripopolarsi
e divennero centri attivi di commerci e di traffici con rinomate fiere
autorizzate dal sovrano (come quelle di Alcamo, Randazzo, Caltagirone, Tindari).
Anche la cultura conobbe una notevole fioritura soprattutto se si considerano
le condizioni di oscurantismo in cui l'isola versava ancora nella seconda metà
del Queste erano le condizioni materiali e morali dell'isola
allorché le vicende successive alla morte dell'aragonese Alfonso I (V) il
Magnanimo la inserirono definitivamente nell'ambito della monarchia unitaria
spagnola con il ruolo secondario (sempre tanto disprezzato dai Siciliani) di
vicereame. Assegnata infatti in unione personale a Giovanni II (1458-1479), re
d'Aragona, fratello di Alfonso I (V) che attribuì invece Napoli al proprio
figlio naturale legittimato Ferdinando I (Ferrante) [smembrando così il "regno
delle Due Sicilie"], l'isola divenne una mera dipendenza spagnola con
Ferdinando II il Cattolico, fondatore della monarchia nazionale iberica, il
quale peraltro si impadronì anche del regno di Napoli dapprima in accordo con
la Francia (trattato segreto di Granada, 1500) e poi contro di essa (1503).
L'ingresso dell'isola nel sistema politico-militare del regno di Spagna avvenne
in un momento in cui assai grave era divenuta la minaccia turca nel
Mediterraneo. E se da un lato gli isolani poterono apprezzare tutta
l'importanza dell'aiuto militare spagnolo nella difesa della loro terra dai
predatori ottomani, dall'altro la Spagna, facendo della Sicilia un baluardo
strategico contro l'Impero ottomano, determinò un rilancio della sua funzione
mediterranea. La dominazione spagnola, che durò ancora oltre due secoli, mostrò
chiari segni di crisi (rivolte antispagnole di numerose città siciliane nel
Sotto gli Spagnoli la Sicilia subì un generale
appesantimento delle proprie condizioni politiche, sociali ed economiche. Il
parlamento funzionò sempre più raramente e venne man mano soppiantato dagli
organi governativi alle dirette dipendenze della Corona (in ciò favoriti
soprattutto dalle concezioni rigidamente assolutistiche di Filippo II). I
baroni chiesero (e quasi sempre ottennero) nuovi privilegi, nuove immunità,
nuovi feudi (peraltro immobilizzati dal maggiorasco), ma i più per assenteismo,
per scarso senso imprenditoriale e opportunismo lasciarono incolte le terre
causandone l'abbandono da parte dei contadini, che si riversarono nelle città
dove aumentarono le classi più povere gravate da un oppressivo carico
tributario e in condizioni di estrema indigenza; non mancarono perciò le
sollevazioni come nel 1606, nel 1646, nel 1647, nel 1649 (promotori a Palermo
A. Lo Giudice e G. Pesce) e nel 1674 (insurrezione di Messina sostenuta da
Luigi XIV). Nel 1713, alla conferenza della pace di Utrecht, la Sicilia
con titolo e dignità di regno fu assegnata dalle nazioni europee vincitrici
nella guerra di Successione spagnola a Vittorio Amedeo II di Savoia a compenso
della sua attiva partecipazione al grande conflitto. Determinante ai fini di
tale assegnazione si rivelò l'opera politica e diplomatica dell'Inghilterra
che, conquistata e ottenuta a Utrecht Gibilterra, posizione chiave per il
controllo del Mediterraneo nel quale da quel momento subentrava definitivamente
alla Spagna, si batté con energia perché l'isola, anch'essa baluardo strategico
di primo piano nel "mare caldo", fosse nelle mani del suo piccolo alleato
sabaudo anziché in quelle, assai più pericolose, dell'lmpero absburgico al
quale erano toccati tutti gli altri possedimenti spagnoli della penisola
italiana. Fu una decisione che l'Austria dovette subire ma alla quale non si
rassegnò. La cessione al duca sabaudo, inizialmente osteggiata dai Siciliani,
venne accettata con molta soddisfazione sia dai grandi del regno sia dalle
plebi quando all'atto dell'incoronazione Vittorio Amedeo II giurò l'osservanza
dei privilegi e il riconoscimento delle immunità, delle esenzioni e degli
statuti di cui le città godevano ormai da tempo remotissimo. Soprattutto la
consapevolezza di avere riavuto un re proprio destò esultanza generale e fece
sorgere in molti la speranza che il regno di Sicilia potesse essere l'entità
politica attorno alla quale i sovrani sabaudi avrebbero potuto operare
l'unificazione italiana ricongiungendosi territorialmente ai loro possedimenti
alpini. Dal punto di vista governativo le speranze dei Siciliani non furono, in
linea generale, tradite. Vittorio Amedeo II, con la sapiente collaborazione di
eminenti rappresentanti locali (il duca di Furnari, il conte Airoldi, i
principi di Campofiorito e di Niscemi, il marchese di Giarratana e altri),
promosse infatti il riordinamento dell'amministrazione e delle finanze, diede
nuovo impulso all'università di Catania, pose mano alla costruzione di una
flotta mercantile e da guerra per assicurare i collegamenti tra il regno e il
ducato di Savoia; tuttavia il rigore dei funzionari regi e una certa
imparzialità nell'applicazione delle leggi destarono presto l'ostilità dei
baroni. Si tornò a guardare con nostalgia alla Spagna che nel 1718 per
iniziativa dell'Alberoni occupò l'isola trovando ampi consensi tra i nobili. La
prospettiva di un ritorno spagnolo fu tuttavia subito infranta dall'intervento
della Quadruplice alleanza (Inghilterra, Austria, Province Unite e Francia),
che costrinse la Spagna a ritirarsi e accolse le pretese dell'imperatore Carlo
VI, decidendo a Cockpit (Londra) la cessione dell'isola all'Impero absburgico.
Vittorio Amedeo II dovette accettare, a malincuore, il più modesto compenso
della Sardegna con titolo regio. La dipendenza dei Siciliani (governati da un viceré)
dall'imperatore durò sedici anni (1718-1734). I nobili, memori delle vittoriose
lotte contro i Turchi condotte sotto Carlo V, videro inizialmente
nell'imperatore "lo scudo fortissimo della Cattolica Religione, duro flagello e
freno all'arroganza ottomana"; tuttavia essi rimasero molto presto delusi nelle
loro aspettative perché l'Austria introdusse in Sicilia un fiscalismo assai più
pesante di quello spagnolo, soprattutto per i metodi di esazione. Già nel 1720
essa pretese un donativo di 600.000 scudi (a differenza dei 400.000 del periodo
spagnolo e sabaudo) e nel 1732 di 800.000; inoltre per procurarsi altro danaro
ricorse alla vendita dei titoli nobiliari, il contributo per l'esercito fu
riscosso in misura doppia rispetto agli effettivi da mantenere, fu imposta la
tassa sul macinato, furono confiscati i beni dei nobili assenti dal regno, gli
impieghi pubblici vennero assegnati per danaro. Per di più Siciliani e
Austriaci non familiarizzarono mai a causa della "barbara lingua" di questi
ultimi che nell'isola "non era intesa". Perciò quando Carlo di Borbone, duca di
Parma (figlio di Filippo V di Spagna), durante la guerra di Successione polacca
escluse gli Austriaci dal Mezzogiorno d'Italia (vittoria di Bitonto, 1734), i
Siciliani videro con favore il ritorno del predominio spagnolo. Sotto Carlo di Borbone (Carlo VII), iniziatore dell'ultima
dinastia regnante, la Sicilia con Napoli tornò a essere sostanzialmente una
dipendenza spagnola; soltanto nel 1759, allorché questi cinse la corona di
Spagna (Carlo III), la Sicilia e Napoli costituirono due regni completamente
autonomi sotto il figlio di Carlo, Ferdinando, che si intitolò IV di Napoli e
III di Sicilia. Nonostante si affermasse da più parti che all'isola spettava
una posizione di preminenza per la sua più antica dignità di regno, fin dagli
inizi si tentò di assorbirla in un organismo statale con centro Napoli
(residenza della corte) declassandola a vero e proprio territorio di conquista.
Dalla severa mortificazione delle tradizioni autonomistiche i Siciliani, di
nuovo governati da un viceré, alimentarono un vivo risentimento che non fu
placato neppure dalle riforme operate durante il governo di Domenico Caracciolo
(1781-1786) che abolì l'Inquisizione e molti privilegi baronali. Riposero
grandi speranze in Ferdinando IV quando il re, abbandonata Napoli invasa dagli
eserciti francesi rivoluzionari (Repubblica Partenopea [1799], regno di
Giuseppe Bonaparte e di Gioacchino Murat [1806-1815]), si rifugiò a Palermo.
Riuscirono infatti a ottenere, anche per le pressioni della Gran Bretagna
(rappresentata dall'ambasciatore lord Bentinck), sotto la cui protezione si era
posto Ferdinando, una costituzione (1812), che, sebbene modellata su quella
inglese, in realtà rafforzava i privilegi dei nobili e comunque fu da
Ferdinando IV ritirata allorché, con la Restaurazione, poté rientrare a Napoli
e, sicuro ormai della corona, decretò poi la fusione dei due regni (1816)
nell'unico regno delle Due Sicilie (Ferdinando I); seguì l'abolizione dei
privilegi e delle prerogative isolane. Il risentimento dei Siciliani si
trasformò allora in odio e da quel momento iniziarono le loro aspirazioni
separatiste intanto convogliate nelle lotte popolari del Risorgimento italiano
(rivoluzione del 1820, domata dal generale Colletta, insurrezione di Palermo
nel 1831, rivolte a Catania e a Siracusa nel 1837), anche se a ogni occasione
furono avanzate richieste di una costituzione propriamente siciliana e del
riconoscimento della parità con Napoli. Questo si avverò soprattutto nel 1848
allorché la Sicilia, tra i primi paesi europei a scuotere il giogo
dell'assolutismo, cacciò i Borboni e di fronte al rifiuto opposto alle sue
istanze da Ferdinando II (detto "il re Bomba" per aver fatto bombardare
Messina) demandò la reggenza dell'isola a Ruggiero Settimo, capo del governo
rivoluzionario, e offrì il regno a Ferdinando Maria Alberto, duca di Genova,
figlio di Carlo Alberto, che però rifiutò. Le speranze autonomistiche,
soffocate dalla reazione borbonica (1849), ripresero vigore nel 1860 quando i
"picciotti" diedero a Garibaldi (dittatore della Sicilia in nome di Vittorio
Emanuele II [proclama di Salemi]) un contributo decisivo per la liberazione del
Mezzogiorno e la conseguente unificazione italiana. L'isola entrò nel regno d'Italia animata da fervide speranze
di rinnovamento e molti dei più accesi indipendentisti, fra cui soprattutto
Michele Amari, diedero il loro appoggio al nuovo governo sabaudo che peraltro
si trovò di fronte a problemi gravissimi. Caduto il mito della presunta
fertilità delle terre meridionali (e dell'indolenza dei suoi abitanti), balzò
in primo piano una situazione economico-sociale drammatica. Accanto a un'esigua
minoranza di privilegiati (nobiltà e alto clero), i ceti rurali e urbani
languivano in condizioni di abbandono; il latifondismo avviliva le campagne e
la mancanza di risorse le città; né si dimostrò decisivo lo spossessamento
dell'asse ecclesiastico attuato con le "leggi eversive" del 1866-1867. D'altra
parte i sistemi di governo dei nuovi funzionari piemontesi non furono i più
adatti alla situazione, anzi essi pretesero di imporre metodi di
amministrazione (specialmente fiscali) che erano inadeguati e necessariamente
impopolari in Sicilia sia per l'effettiva povertà economica dell'isola sia per
le tradizioni storiche, politiche e di costume totalmente diverse rispetto al
Piemonte e all'Italia settentrionale in genere. Da qui il cosiddetto "antipiemontesismo"
sfociato ben presto nel brigantaggio (peraltro alimentato dai Borboni e dal
clero), nella diffidenza e nell'ostilità delle popolazioni che "all'ingiustizia
statale" cominciarono a preferire la giustizia semplice e ai loro occhi
efficace di organizzazioni settarie come la mafia ("l'onorata società" che
almeno in quel periodo talvolta tolse al ricco e diede al povero). Si ebbero
così l'insurrezione di Palermo nel 1866, l'eccidio dei contadini di Caltavuturo
del 1893, i moti popolari attuati dai fasci dei lavoratori e contro i quali il
siciliano Crispi operò una durissima repressione. L'alba del Da Licata, nel luglio del 1943, ebbe inizio la liberazione
della penisola italiana dai Tedeschi i quali il 17 agosto successivo
sgombrarono definitivamente l'isola. Seguì poi un periodo di disordini durante
il quale ai tentativi di occupazione delle terre da parte dei contadini si unì
un confuso quanto equivoco sentimento indipendentista e separatista alimentato
da esigui settori retrivi in comunione d'interessi col banditismo del quale era
allora esponente principale Salvatore Giuliano. Nacquero così l'Esercito
volontario per l'indipendenza siciliana (EVIS) e il La Sicilia è stata costituita in regione a statuto speciale
con legge costituzionale 26 febbraio 1948 (conversione del DL 15 maggio 1946
con cui era stato approvato lo statuto). Gli organi sono: l'assemblea
regionale, eletta per cinque anni a suffragio universale diretto e sistema
proporzionale, che esercita la funzione legislativa con competenza esclusiva su
determinate materie (ad es. acque pubbliche, istruzione elementare, industria e
commercio), più ampia rispetto a quella spettante alle altre regioni a statuto
speciale; può essere sciolta su proposta al governo nazionale da parte del
commissario dello Stato per persistente violazione dello statuto; la giunta
regionale composta di 12 assessori (dieci preposti ai vari settori della
pubblica amministrazione e due alla presidenza) eletti, col presidente della
giunta, dall'assemblea regionale nella sua prima seduta e nel suo seno a
maggioranza assoluta; insieme col presidente costituisce il governo della
regione responsabile davanti all'assemblea; il presidente della regione
rappresenta l'ente regionale, promulga le leggi, provvede al mantenimento
dell'ordine pubblico a mezzo della polizia dello Stato, la quale nella regione
siciliana dipende disciplinarmente per l'impiego e l'utilizzazione dal governo
regionale (è questa una prerogativa della sola regione siciliana, della quale,
però, fino a ora nessun presidente si è avvalso), ha diritto di partecipare al
consiglio dei ministri con rango di ministro e voto deliberativo allorché si
decidano questioni che interessano la Sicilia (anche questa è una prerogativa
esclusiva del presidente della regione siciliana; i presidenti delle altre
regioni a statuto speciale partecipano, infatti, al consiglio dei ministri
senza rivestire il rango di ministri e con voto consultivo). Gli organi centrali di giustizia amministrativa (Consiglio
di Stato e corte dei conti) hanno a Palermo una sezione competente a conoscere
degli affari concernenti la regione siciliana. L'afflusso dei coloni greci dall'
bibliografia: Enciclopedia Rizzoli-Larousse 2001