Il Piemonte occupa la parte più occidentale della pianura
padana ed è circondato su tre lati da una fascia montuosa ininterrotta
costituita dall'Appennino Ligure a SE, dalle Alpi Occidentali a SO e a ovest e
da un tratto delle Alpi Centrali a nord. Il nome della regione deriva dal lat.
medievale Pedemontium o Pedemontis, usato in un primo tempo per
indicare la pianura "a piè dei monti", e successivamente esteso all'intero
territorio. Nella fascia alpina il confine con la Francia segue
approssimativamente la linea spartiacque scostandosene verso est in
corrispondenza delle alte valli della Roia e della Dora Riparia e del passo del
Moncenisio (ceduti alla Francia nel 1947) e più a nord in corrispondenza della
valle della Dora Baltea (Valle d'Aosta). A est il confine con la Lombardia
taglia longitudinalmente il Lago Maggiore e segue poi il corso del Ticino,
della Sesia e del Po. A sud appartiene al Piemonte parte del versante padano
dell'Appennino Ligure. Nel rilievo piemontese si distinguono tre zone: una montana
(che costituisce il 43,3% del territorio), una collinare (pari al 30,3%) e una
pianeggiante (26,4%). Dal colle di Cadibona, convenzionale punto di saldatura
fra il sistema alpino e la dorsale appenninica, hanno inizio le Alpi
Occidentali, suddivise, procedendo da sud a nord, in Marittime (alt. massima
Argentera), Cozie (alt. massima Monviso) e Graie (Gran Paradiso). Al confine
con la Valle d'Aosta le Alpi Centrali culminano nel Monte Rosa (Alpi Pennine) e
al confine svizzero nel monte Leone (Alpi Lepontine). Le Alpi piemontesi sono
ovunque caratterizzate da forme vigorose e aspre e da versanti assai ripidi:
tipica è la mancanza di una fascia prealpina che formi con la sua minore
elevazione una zona di transizione fra i rilievi principali e la pianura. La
presenza di valli profondamente incassate, poste trasversalmente alla linea
spartiacque, fa sì che nonostante l'altitudine il sistema alpino non
costituisca per il Piemonte una barriera invalicabile: numerosi, agevoli passi
mettono in comunicazione la regione sia con la Francia (passi di Tenda, della
Maddalena, del Monginevro, del Fréjus), sia con la Svizzera (passo del
Sempione). Anche l'Appennino, ove pochissime vette superano i 1.500 m, è
attraversato da valichi agevoli che mettono in comunicazione i maggiori centri
piemontesi con i porti della costa ligure. Notevole estensione hanno le zone collinari: le Langhe, a
nord dell'Appennino, che da un'altitudine massima di 700-800 m vanno digradando
fino alla valle del Tanaro; immediatamente a nord delle Langhe, quasi senza
soluzione di continuità, si elevano le alture del Monferrato; lungo la riva
destra del Po si allungano le colline del Po (o Collina di Torino); ancora più
a nord, infine, si apre il vasto anfiteatro morenico di Ivrea (Canavese), allo
sbocco della Valle d'Aosta. Il Piemonte è particolarmente ricco di corsi
d'acqua: vi nasce, sul Monviso, il maggiore fiume italiano, il Po, che, dopo un
primo tratto ripido e impetuoso, sbocca in pianura allargando il suo letto man
mano che riceve l'apporto di numerosi affluenti: di sinistra, tutti di
provenienza alpina (Pellice-Chisone, Dora Riparia, Stura di Lanzo, Orco, Dora
Baltea, Sesia), e di destra (Scrivia, Tanaro). Della rete idrografica fanno
parte diversi canali che, nella zona padana, completano il sistema di
irrigazione; il più importante è l'ultrasecolare canale Cavour, che collega il
Ticino (presso Galliate, alle porte della Lombardia) con il Po (in prossimità
di Chivasso) e, con le sue numerose diramazioni, assicura un'irrigazione
costante alla fascia risicola del Novarese e del Vercellese. Appartengono al
Piemonte la sponda occidentale del Lago Maggiore, ricca di stazioni turistiche
e di villeggiatura, e per intero, oltre ai laghetti alpini di origine glaciale,
il lago d'Orta e il lago di Viverone (nell'anfiteatro morenico di Ivrea). Il
clima è eminentemente continentale, con inverni rigidi ed estati calde in
pianura, fresche in montagna. Le precipitazioni sono abbondanti in tutte le
stagioni, e assai frequente nella stagione invernale è la formazione di nebbie
nella fascia padana. La popolazione della regione ha fatto registrare a lungo
aumenti molto consistenti, con una crescita superiore alla media nazionale. Nei
decenni del grande boom economico della zona torinese e di tutto il cosiddetto
triangolo industriale, a un saldo naturale che si manteneva ancora attivo si è
aggiunta una fortissima immigrazione di manodopera proveniente soprattutto
dalle regioni meridionali e dal Veneto. Sul finire degli anni Settanta la
popolazione piemontese arrivava a superare i quattro milioni e mezzo di
abitanti, pari a circa l'8% della popolazione complessiva del paese. I
successivi periodi di ristagno economico locale e internazionale e di profonda
ristrutturazione dell'apparato industriale, sempre più intensamente
meccanizzato e automatizzato, hanno comportato la brusca caduta della richiesta
di manodopera e l'espulsione di decine di migliaia di lavoratori dalle grandi
industrie piemontesi, innescando in molti casi processi di allontanamento dalla
regione e di ritorno alle zone di provenienza. Nel frattempo il tasso di
natalità è sceso nettamente al di sotto di quello di mortalità, attestandosi il
primo intorno al 7,4‰, il secondo poco sotto l'11,7‰, con un saldo negativo di
circa il 4‰ annuo. Ha avuto così inizio un processo di contrazione del numero
di abitanti che solo nel corso degli anni Ottanta ha registrato una perdita
netta di circa 130.000 unità. All'inizio degli anni Novanta la popolazione
della regione rappresentava il 7,5% di quella nazionale (4.302.565 ab. al
censimento 1991) e la densità locale era di poco inferiore alla media italiana,
con forti squilibri fra provincia e provincia (Torino: 333 ab. per km²; Cuneo:
79 ab. per km²); la tendenza alla diminuzione del numero di abitanti è rimasta
invariata negli anni successivi. All'interno, il diffuso fenomeno dello spopolamento delle
zone alpine (alta Valsesia, alto Cuneese) e vari squilibri settoriali e zonali
hanno determinato uno sviluppo economico non uniforme e di conseguenza massicce
correnti migratorie interne, non regolate da una razionale pianificazione. Molti sono quindi i problemi amministrativi e organizzativi
che la regione deve risolvere per eliminare tali squilibri. Per contenere l'esodo della popolazione, soprattutto delle
classi giovanili, dai comuni montani, sono state programmate e già in parte
realizzate numerose iniziative: consorzi di bonifica montana, cooperative di
produzione, stalle e caseifici sociali, cantine sociali, e soprattutto scuole
professionali e convitti alpini. Dopo essere stato a lungo secondo nel paese nella
graduatoria per reddito e per tenore di vita, preceduto soltanto dalla
Lombardia, il Piemonte ha perduto in seguito qualche posizione, ma resta pur
sempre nel primo gruppo di regioni, attestato su valori pro capite decisamente
superiori alla media nazionale. La struttura produttiva è quella di una regione
a forte specializzazione industriale: agricoltura 3%, industria 40%, servizi e
pubblica amministrazione 57% (Italia 4% - 32% - 64%). Il peso del Piemonte è
del 7% sul totale nazionale per la popolazione, il 6% per la produzione
agricola e l'11% per la produzione industriale. L'agricoltura ha un ruolo di base economica in alcune zone
(viticoltura specializzata collinare, pianura risicola). Circa il 5% della
popolazione attiva lavora a tempo pieno nel settore primario. I dati più
recenti confermano l'esistenza di un vasto settore di agricoltura a tempo
parziale e la persistenza in forme nuove, grazie alla meccanizzazione, della
tradizionale figura dell'operaio-contadino. La superficie agraria utilizzata è
di circa 1.200.000 ha, con una dimensione media aziendale di 5 ha: in realtà,
accanto alle microaziende dei lavoratori a part-time, le dimensioni
tipiche sono di 20-30 ha per le moderne imprese familiari e di 100 ha e oltre
per le aziende capitalistiche. Nel 1995 sono stati prodotti 5,7 milioni di q di
frumento, 15,9 di mais e 3,8 milioni di q di uva. Il Piemonte è la terza
regione per il numero di capi suini (749.000) e per i bovini (933.000)
allevati. L'allevamento è diffuso in tutto il territorio regionale, ma si va
concentrando nelle zone di pianura, soprattutto nelle province occidentali di
Torino e Cuneo. La pianura vercellese e novarese conserva invece la sua
specializzazione risicola: nel 1995 sono stati prodotti (e in larga misura
esportati) 6,9 milioni di q, circa il 51% del raccolto italiano di riso, con
rendimenti per ettaro tra i più elevati del mondo grazie all'impiego di
attrezzature modernissime. I boschi coprono il 24% del territorio (598.000 ha)
ma sono per lo più cedui degradati e poco produttivi e forniscono solo il 9%
della produzione italiana di legname. Alla base della prosperità dei settori moderni
dell'agricoltura piemontese vi è la ricchezza di acqua, su cui si è fondata a
lungo anche la crescita industriale della regione. Il Piemonte e la Valle
d'Aosta (che dal punto di vista economico-funzionale ne è un comprensorio)
dispongono di circa un quinto del potenziale idraulico italiano. Il quadro dell'attività industriale è vario e complesso. Tra
le realizzazioni più notevoli, è da segnalare il centro di ricerche nucleari di
Saluggia (Vercelli), che produce i pacemaker; in espansione sono gli
stabilimenti dolciari di Alba, le fabbriche di elaboratori elettronici di
Ivrea, le industrie produttrici di macchine per caffè e pentolame inossidabile
nel Novarese, i cementifici di Casale Monferrato, le fabbriche di fibre
sintetiche e materie plastiche. Ma il più importante settore industriale rimane
quello metalmeccanico: impianti e macchine industriali, macchine per scrivere e
calcolatrici, cuscinetti a sfere e soprattutto produzione automobilistica,
nonché di autocarri, autobus e pullman, facente capo alla FIAT. Il grande
complesso industriale, leader nella regione e nel paese e di primaria
importanza sui mercati europei e mondiali, ha superato i ricorrenti periodi di
crisi del settore con un sostanziale aumento della propria quota di mercato,
grazie anche a nuove acquisizioni, forti investimenti e innovazioni
tecnologiche. Negli ultimi anni l'Ente Regione ha dato avvio a un'azione volta
a contribuire alla soluzione del problema del riequilibrio territoriale e
produttivo, con un appoggio programmato ai processi di diversificazione e
riconversione dell'apparato produttivo miranti a tale fine, con una riduzione
dell'attuale peso relativo dell'area metropolitana torinese. In questo quadro,
e per un effettivo decentramento della struttura produttiva, si inserisce la
legge regionale che istituisce le aree attrezzate per l'industria a Borgosesia,
Casale Monferrato, Mondovì, Verbania e Vercelli. Per adeguare le strutture e le
qualifiche al processo tecnico e alle esigenze di manodopera che questo
progetto richiede sono stati istituiti tre nuovi centri di formazione
professionale: quello di Orbassano (baricentro dell'area industriale Beinasco -
Gruino - Piossasco - Rivalta - Volvera, nelle immediate vicinanze di Torino)
indirizzato al settore meccanico; quello di Vercelli, pure rivolto alla
meccanica (saldatori, carpentieri, attrezzisti) e il centro di informatica di
Torino per la preparazione di tecnici informatici per l'automazione
industriale. Il terziario occupa oltre il 55% della popolazione attiva (di cui
circa un terzo nel pubblico impiego) e produce circa il 50% del reddito, con un
rilevante sviluppo delle attività commerciali e nei traffici anche
internazionali, favoriti da una ricca rete autostradale (A4
Torino-Milano-Trieste, A5 Torino- Aosta, A6 Torino-Savona, A21
Torino-AlessandriaPiacenza-Brescia, A26 Voltri-Alessandria-Stroppiana, con
diramazioni Predosa-Bettole di Tortona sulla A7 Genova-Milano e
Stroppiana-Santhià sulla A4 con raccordo autostradale per la A5). Dal 1980 è in
funzione il traforo stradale del Fréjus (12.800 m) che collega la valle di Susa
con la Francia, ma il mancato collegamento autostradale con le tangenziali
torinesi ne ha finora limitato l'importanza e la praticabilità. Il turismo ha
il suo punto di forza nel settore degli sport alpini e invernali e dei centri
termali e lacuali. Il territorio corrispondente all'attuale Piemonte era
abitato parte da popolazioni celtiche, parte da popolazioni liguri e parte da
genti liguri celtizzate, come erano molto probabilmente i Taurini. Tranne
alcune zone alpine fu conquistato dai Romani, negli anni successivi alla guerra
annibalica, durante la quale varie tribù avevano combattuto a fianco dei
Cartaginesi. Con il riordinamento augusteo dell'Italia fu compreso in parte
nella XIregione (Transpadana) e parte
nella IX (Liguria), mentre il
territorio corrispondente al regno di Cozio, incamerato poi da Nerone quando si
estinse la dinastia, costituì la provincia delle Alpi Cozie. Dopo il
riordinamento dioclezianeo corrispondeva all'incirca alle province della
Liguria e delle Alpi Cozie. Invaso dagli Ostrogoti e dai Borgognoni (secc.
V - VI),
subì distruzioni durante le campagne di Narsete; dopo la restaurazione
bizantina, l'invasione longobarda diede una prima sistemazione alla regione
(fino allora priva di unità politico-amministrativa), che ebbe il nome di
Neustria (cioè "regione" o più propriamente "regno dell'Ovest"), e venne
probabilmente divisa nei ducati di Novara, Ivrea, Asti, Tortona e Torino;
quest'ultimo prevalse, anche perché alcuni suoi duchi diventarono re (Agilulfo,
Arioaldo, Garibaldo, Ragimperto); ma l'eccessiva potenza dei duchi della
Neustria e specie di quello di Torino indusse i re longobardi a sostituirli con
castaldi. Il cristianesimo venne introdotto probabilmente nel
IVsec., e organizzato in diocesi
corrispondenti pressappoco alle circoscrizioni civili del Basso Impero (Torino,
Ivrea, Aosta, Alba, Acqui), che nel V sec.
aumentarono con l'aggiunta di Tortona, Asti, Novara, Vercelli, e nonostante
l'invasione ìongobarda sopravvissero. I Merovingi strapparono ai Longobardi le
valli di Aosta e di Susa (dove nel 726 fu fondata l'abbazia benedettina di
Novalicium [Novalesa]); con la sostituzione dei Carolingi ai Longobardi (
VIII sec.) anche la val Moriana venne staccata dalla diocesi di Torino;
amministrativamente i Franchi costituirono nella Longobardia neustria
(occidentale), strategicamente importante per le comunicazioni fra i regni
italico e franco, dei comitati; tra i principali: Torino, Ivrea, Vercelli,
Asti, Novara, Bulgaria. Dai Franchi venne introdotto il feudalesimo che fiorì,
con la formazione di una potente aristocrazia laica ed ecclesiastica, specie
con il Regno Italico feudale del IX e
X sec.; oltre al comitato di Torino,
acquistò importanza rilevante quello di Ivrea, unito alla contea di Aosta, poi
(888) elevato a marca; sotto gli
Anscarici e gli
Arduinici, diventò centro della politica italica. La marca di Torino
o arduinica (che
nell' XI sec. venne a comprendere Torino,
Ivrea, Susa, Ventimiglia); quella di Savona o aleramica (comprendente il
Monferrato, Acqui e Savona, sotto gli
Aleramici) e quella
di Genova o Marca obertenga
(con Tortona e Bobbio) costituirono le tre divisioni (in parte eccedenti
l'attuale Piemonte) introdotte probabilmente dal re Berengario II, da cui
trassero origine le principali formazioni feudali della regione. Le nozze del
figlio di Umberto Biancamano, Oddone, conte di Savoia, con la figlia di
Olderico Manfredi, Adelaide (1046), furono rilevanti per l'unione, per quanto
non duratura, delle regioni transalpine come il Viennois, con i valichi, ormai
sotto controllo della Francia dall'epoca merovingica, e le zone pedemontane; ma
dopo il governo dell'energica e abile contessa Adelaide († 1091) i successivi
conti persero gran parte dei feudi della pianura (salvo le vallate della Dora
Riparia e della Baltea da cui transitavano i traffici franco-italici), e
l'egemonia passò agli Aleramici. Tra la lotta delle investiture (XI
sec.), in cui la stessa contessa fece da intermediaria tra papato e Impero, e
le lotte antisveve ( XII
-XIII sec.), il panorama del Piemonte
(questo nome andò introducendosi appunto dall' XI
al XIIIsec., riferito a zone sempre più
ampie) andò mutando: da una struttura integralmente feudale (contea di Susa, di
Tenda, marchesato di Saluzzo, di Ceva, del Monferrato, ecc.) e monastica
(monasteri di Fruttuaria [ XI sec.], di San
Pietro dei Cassinesi [ XI sec.] in
Savigliano, di Pagno in Val Bronda, di Pedona [od. Borgo San Dalmazzo]) si
svilupparono nuove forze, sollecitate dall'incremento demografico, commerciale,
agricolo, che permisero la formazione di liberi reggimenti comunali: Asti (il
più potente Comune nella regione tra l'altro per le imponenti attività
bancarie), Chieri, Ivrea, Novara, Torino, Tortona (
XIsec.); Cuneo, Mondovì, Vercelli, Alba (
XII sec.); Savigliano ( XIII sec.),
ecc. Contro molte di queste città si allearono le forze feudali, come il
Monferrato, e l'imperatore Federico I Barbarossa (distruzione di Asti e Chieri
[1155], fondazione di Alessandria [1164 o 1168]); alla pace di Costanza (1183)
venne anche per esse il riconoscimento dell'autonomia. Ebbero poi particolare rilievo i contrasti tra il Comune di
Asti e i marchesi del Monferrato, e insieme la rivalità e le lotte tra gli
stessi Comuni. Soprattutto per neutralizzare il pericolo di un'egemonia
astigiana, nella seconda metà del XIII sec.
numerosi centri (Cuneo, Busca, Fossano [già alleata di Asti], Savigliano,
Mondovì, Cherasco, Alba, Alessandria, Tortona, Chieri, Bra) si diedero al re
Carlo I d'Angiò; nonostante l'opposizione di Asti, di Genova e di Guglielmo VII
del Monferrato, il dominio angioino durò fino al
XIV sec. e scomparve solo con la penetrazione dei Visconti, che tra il
XIVe il XV
sec. tennero più o meno continuativamente Alessandria, Vercelli, Tortona, Bra,
Alba, Novara, Asti. Nel Monferrato, estintasi la dinastia aleramica,
subentrarono i Paleologhi (Teodoro I, 1306). I Savoia, tra il XIII e il
XV sec., estesero i loro possessi cisalpini
a una vasta sezione del Piemonte che dalla Sesia seguendo un tracciato
irregolare arrivò al mare (Nizza, 1388); particolarmente importanti per questo
processo di espansione furono i conti Amedeo VI (1343-1383) e Amedeo VII
(1383-1391); Amedeo VIII (1391-1434) ebbe il titolo di duca di Savoia (1416) e
di principe di Piemonte (1418), e avviò l'unificazione politica e
amministrativa dei possessi sabaudi. Il Piemonte rimase tuttavia aperto a vari
influssi esterni: della Francia, nel marchesato di Saluzzo e in Asti, dove alla
dominazione viscontea (per le nozze di Valentina Visconti con Luigi duca d'Orléans
[1389]) subentrò quella degli Orléans, comprendente anche Cherasco, Bra, Ceva;
e all'influsso dei Visconti sul Monferrato. La spedizione di Carlo VIII
(1494-1495), cui i principi piemontesi lasciarono libero transito, avviò un
periodo di dipendenza straniera che culminò, durante le guerre
franco-absburgiche, nella spartizione di fatto del Piemonte tra Francia e
Spagna (1536-1559). Col trattato di Cateau-Cambrésis (1559) vennero
ricostituiti i domini sabaudi sotto il duca Emanuele Filiberto (1553-1580) e il
marchesato del Monferrato (in cui ai Paleologhi erano subentrati i Gonzaga
[1533]); mentre alla Francia restarono Saluzzo, Torino, Chieri, Pinerolo,
Chivasso, Asti; alla Spagna Vercelli, poi scambiata con Santhià; entro il 1575
però questi centri vennero recuperati dal duca e vi si aggiunsero Tenda e
Oneglia. L'indebolimento della Francia, scossa dalle conseguenze
politico-militari della Riforma (penetrata anche in Piemonte, grazie ai
contatti stabilitisi fin dal 1530 fra i valdesi e Farel, Ecolampadio, Capitone
e Bucero, ma rigorosamente combattuta dai Savoia, intolleranti di ogni
dissidenza religiosa e preoccupati dei buoni rapporti con la curia romana e la
Spagna), permise ai duchi sabaudi una certa libertà d'azione: si giunse così al
recupero di Saluzzo (1588; cessione definitiva 1601 [trattato
di pace di Lione]). Fallita la prospettiva di appoggiarsi, contro la
preponderante presenza spagnola, sulla monarchia borbonica (trattato
di Bruzolo, 1610), il Piemonte venne coinvolto nelle due guerre di
Successione del Monferrato(1612-1617 e 1628-1631), conclusesi con
l'assegnazione di Trino, Alba e altri centri al Piemonte, di Pinerolo alla
Francia e della ben munita Casale ai Gonzaga-Nevers (quindi indirettamente alla
Francia). Il Piemonte, ridotto nella seconda metà del
XVII sec. a semivassallaggio dal re Luigi
XIV (occupazione di Casale, 1681) si risollevò durante le guerre di
successione: fu recuperata Pinerolo (accordi di Vigevano e trattati di Torino,
1696), furono tolti al sistema politico lombardo, cioè agli Absburgo, la
Lomellina, la zona dell'alta Sesia, il Monferrato (trattati di Utrecht e
Rastatt, 1713- 1714), le Langhe, Tortona e Novara (trattato di Torino, 1733, e
pace di Vienna, 1738), la contea di Angera, Vigevano, Voghera, ì'Oltrepò pavese
(trattato di Worms, 1743; pace di Aquisgrana, 1748). I domini dei Savoia (che
giunsero al titolo regale di Sardegna per il trattato di Cockpit, 1718), se
conseguirono il duplice risultato dell'unificazione regionale (del tutto
marginali furono le signorie feudali di Cocconato, Masserano, Crevacuore,
Desana, scomparse assai tardi), e della rilevanza internazionale, rimasero però
estranei allo spirito rinnovatore dell'Illuminismo; il Piemonte si aprì
maggiormente alla civiltà europea solo con l'annessione alla Francia (1798) e
poi con la partecipazione al Risorgimento.
bibliografia: Enciclopedia Rizzoli-Larousse 2001