compresa fra l'alto crinale dell'Appennino settentrionale e il corso del Po e aperta largamente sul mar Adriatico: 22.124 km²; 3.924.456 ab. (178 per km²) [Emiliani o Romagnoli]. Comprende nove province: Ferrara, Forlì-Cesena, Modena, Parma, Piacenza, Ravenna, Reggio Emilia, Rimini e Bologna; 341 comuni. Capol. Bologna.
Dal 1860 al 1947 si designò col semplice nome di Emilia (derivato dall'antica Via Emilia, che la percorre per tutta la sua lunghezza da SE a NO), poi mutato in quello di Emilia-Romagna; la Romagna infatti, che corrisponde alle attuali province di Forlì, Cesena e Ravenna e a parte delle province di Bologna e Ferrara, è strettamente legata all'Emilia, di cui presenta gli stessi caratteri fisici ed economici.
Il territorio dell'Emilia-Romagna comprende, dal punto di vista fisico, tre regioni distinte e fra loro parallele: la montagna appenninica, le colline subappenniniche e la piana del Po. La parte montuosa è formata a ovest dall'Appennino Ligure, al centro, a est e a SE dall'Appennino Tosco-Emiliano. Questi rilievi (monte Cimone, 2.163 m) sono formati da calcari e argille scagliose piegati e dislocati così da formare una struttura assai complessa e conservano tracce del glacialismo quaternario. Le colline subappenniniche sono formate da argille plioceniche, facilmente erodibili, tanto che esse danno luogo a frane e a caratteristiche forme di erosione, i calanchi (ad es. presso Tossignano). La pianura, che occupa una parte assai notevole del territorio e si estende per 200 km, da Piacenza all'Adriatico, è formata dai detriti portati dagli affluenti appenninici del Po (Trebbia, Nure, Taro, Parma, Enza, Secchia, Panaro). In prossimità del mare, la pendenza quasi insensibile determina il ristagno delle acque e la formazione di lagune, di cui la più importante è quella di Comacchio, poco a sud del delta del Po. Le coste, basse e sabbiose, sono diritte e praticamente prive di articolazioni. I principali fiumi direttamente tributari dell'Adriatico sono: il Reno, il Montone, il Savio e il Marecchia. I caratteri del clima e dei suoli variano nelle tre diverse zone altimetriche. In montagna le condizioni del clima sono piuttosto rudi e il suolo poco fertile, per cui si hanno pascoli montani e castagneti, ma poche colture. Migliori sono le condizioni delle zone collinari, dove le temperature, alquanto più elevate, consentono la coltura della vite (lambrusco, albana, sangiovese), favorita anche da terreni più fertili, e le colture frutticole. Le piogge variano dai 600 mm presso il delta padano ai 2.000 e più mm sui rilievi appenninici. Quanto ai corsi d'acqua (Reno, Trebbia, Taro, Secchia, ecc.), hanno regime torrentizio, con piene invernali e accentuate magre estive.
La popolazione della regione presenta una densità media di 177 ab. per km², ma ovviamente l'addensamento degli abitanti è minore nelle zone montane (meno di 40 ab. per km²) e massimo nelle zone di pianura; particolarmente popolate le pianure pedemontane di Bologna e di Modena e la fascia litoranea in corrispondenza di Rimini. Tra le città, le più popolose sono Bologna, Modena, Parma e Ferrara.
La popolazione, che al censimento 1951 era di 3.544.000 ab., pari al 7,46% del totale nazionale, è passata a 3.667.000 ab. al censimento 1961, pari al 7,24%, a 3.847.000 ab. al censimento 1971, pari al 7,11% e a 3.958.000 al censimento 1981, pari al 7%; nel 1996 il numero degli abitanti è sceso a 3.929.171, pari al 6,8% del totale nazionale. Fra il censimento 1951 e 1996 la popolazione dell'Emilia- Romagna è aumentata dell'10,8%, quota inferiore alla media nazionale e inferiore, ancora più nettamente, a quella di una regione confinante, ma di più avanzato sviluppo economico come la Lombardia, ma sostanzialmente pari a quella di altre regioni anch'esse confinanti, ma parzialmente simili sul piano economico, come il Veneto e la Toscana. Il fatto che negli anni Sessanta e Settanta l'Emilia-Romagna non abbia registrato un aumento della popolazione impetuoso come quello verificatosi in Lombardia e Piemonte è dovuto al minore tasso di industrializzazione della regione, che perciò non ha attirato masse ingenti di manodopera proveniente dal Sud, e, non solo nel periodo ora menzionato, ma anche e soprattutto in seguito al forte rallentamento della dinamica demografica, che ha determinato un tasso negativo di sviluppo naturale fra i più elevati d'Italia: nel 1995 il 4,4‰, differenza fra un indice di natalità del 7,2‰ (il più basso d'Italia dopo quello della Liguria, media nazionale 9,1‰) e un indice di mortalità dell'11,6‰ (il più alto del paese dopo quelli della Liguria, del Friuli-Venezia Giulia, della Toscana e del Piemonte, media nazionale 9,5‰). Il saldo naturale negativo è dunque rimasto invariato negli anni Novanta: di conseguenza è in corso nella regione un processo di invecchiamento della popolazione, con un'età media che è tra le maggiori del paese e una forte diminuzione del numero medio dei componenti delle famiglie (2,6), sia nei centri urbani sia — a differenza di quanto avviene in altre regioni — nei comuni medi e piccoli di pianura e di bassa collina; in quelli di alta collina e di montagna, poi, è in corso un accelerato processo di spopolamento perché un'aliquota notevole della popolazione tende a spostarsi verso le aree più industrializzate della pianura padana e verso la fascia litoranea adriatica, date le maggiori possibilità di occupazione offerte dai settori più dinamici del secondario e dalle attività terziarie, soprattutto turistiche. Altra tendenza in atto è quella a un lento calo percentuale della popolazione dei centri urbani maggiori a beneficio di quella dei centri medi e piccoli. L'aliquota degli abitanti residenti nei capoluoghi di provincia è scesa dal 38% del censimento 1971 al 36,8% del censimento 1981 e al 35,9% dell'inizio del 1987. Per il momento i bassi carichi familiari rendono possibili alti livelli di consumo da parte delle generazioni adulte. Negli anni Novanta è lievemente salita (37%); questo aumento, però, non è dovuto a una reale inversione di tendenza, ma alla costituzione di nuove province. La fisionomia economica della regione, caratterizzata fino all'inizio degli anni Settanta da un forte sviluppo dell'agricoltura, da un tasso di industrializzazione modesto e da un'espansione del terziario concentrata soprattutto nel settore turistico, si è successivamente evoluta seguendo tre direttrici: ulteriore crescita, potenziamento e razionalizzazione dell'agricoltura, accompagnati da un'intensa meccanizzazione e da una rapida riduzione e specializzazione della manodopera impiegata; sviluppo accelerato di strutture industriali piccole e medie, nel settore agroalimentare e in molti altri; armonica differenziazione, soprattutto, del terziario, con le attività turistiche in un ruolo sempre trainante ma sempre meno esclusivo. In conseguenza di queste trasformazioni l'Emilia-Romagna, pur non possedendo — tranne che nel comparto chimico e petrolchimico — grandi complessi produttivi e grandi concentrazioni di capitali nell'industria pesante, ha raggiunto un grado di sviluppo economico che la pone ai primissimi posti in Italia per entità globale e quota pro capite del reddito, volume degli investimenti e livello dei consumi. L'evoluzione sopra descritta, particolarmente rapida negli anni Ottanta, trova riscontro in quella delle percentuali delle forze di lavoro occupate nei tre settori fondamentali dell'economia. Gli addetti all'agricoltura, che nel 1981 costituivano ancora il 14,2% degli occupati, nel 1996 erano scesi all'7,5%; conformemente a una tendenza in atto in tutto il paese, erano diminuiti anche gli addetti all'industria, dal 39,1% al 34,7%; ed erano invece aumentati dal 46,7% al 58,7% gli addetti alle attività terziarie. L'Emilia-Romagna, con una popolazione pari al 6,84% di quella italiana, contribuisce alla formazione del reddito nazionale per il 8,4%; il reddito medio annuo per ab. supera la media nazionale del 23,2%. L'incidenza dell'agricoltura all'interno del PIL regionale è pari al 5,6% (con un numero di addetti pari all'8,9% del totale nazionale), dell'35,8% per l'industria (addetti 9,08%) e del 59,1% per il terziario (addetti 7,9%). Come risulta chiaro dai dati sopra esposti, l'agricoltura è uno dei punti di forza dell'economia della regione. In Emilia-Romagna 174.930 opera il 54% delle aziende agricole nazionali, con una superficie complessiva di 1.210.647 ettari. Il 91% delle aziende è a conduzione diretta; il numero delle cooperative operanti al livello di produzione, trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli supera le 12.000 unità. Il grado di meccanizzazione agricola è di gran lunga superiore a quello nazionale. Grande sviluppo hanno sia le coltivazioni erbacee (cereali, patate, leguminose, barbabietole e ortaggi) sia quelle legnose (vite, frutta). L'Emilia-Romagna è al 1° posto fra le regioni italiane nella produzione di grano (il 16,2% del totale nazionale), barbabietola da zucchero (33,8%), piselli freschi (21,6%), cipolle e porri (26,6%), pere (67,3%), susine (37,2%) e cocomeri (20,8); al 2° posto nella produzione di orzo (11,7%), albicocche (22,6%), patate (10,4), pomodori (18,3), fagioli freschi (10,9) e mele (12); al 3° posto nella produzione di ciliegie (11,9%), uva da vino (9,4%) e vino (10,6%); e al 4° e 5° posto nella produzione di granoturco e soia. Notevolissime sono la consistenza del bestiame (1.140.000 bovini, il 11,1% del totale nazionale, e 1.674.000 suini, il 20,8% del totale nazionale) e, di conseguenza, le produzioni zootecniche: carni bovine fresche, latticini (di fama mondiale il formaggio parmigiano- reggiano), carni suine fresche e insaccate (i salumi della regione godono anch'essi di fama mondiale). Considerevole è la produzione della pesca, condotta in prevalenza da moderne flottiglie pescherecce. Nel 1994 sono stati sbarcati nei porti della regione il 31% del pesce, il 21,7% dei molluschi e il 6% dei crostacei della produzione ittica nazionale.
Il settore industriale, con 588.000 addetti, è caratterizzato dal prevalere delle piccola e medie aziende, che rappresentano il 98% dell'industria regionale. Gli addetti al comparto metalmeccanico superano di gran lunga le 200.000 unità, con punti di forza nei settori qualificati della meccanica agricola, della meccanica elettrica ed elettronica e delle macchine utensili. Altro comparto trainante è quello agroalimentare, che elabora e valorizza la vasta e diversificata gamma delle produzioni primarie regionali. La maglieria e gli altri settori del comparto tessile-abbigliamento (calzature, abiti e biancheria) costituiscono il terzo polo produttivo. La lavorazione delle materie plastiche, le cartiere e l'industria tipografico-editoriale arricchiscono ulteriormente la gamma delle attività manifatturiere. Al servizio di questo grande apparato produttivo vi è una produzione di energia di oltre 13 miliardi di kWh l'anno (5,7% del totale nazionale). Le modeste risorse idrauliche dell'Appennino fanno sì che oltre il 93% sia di origine termoelettrica.
Sempre più ramificato e diversificato è, come si è detto, il settore terziario, ove ai comparti tradizionali — commercio, trasporti (Bologna è uno dei massimi nodi ferroviari, stradali e autostradali d'Italia, all'incrocio delle maggiori vie di comunicazione da nord a sud e da ovest a est, e Ravenna è uno dei maggiori porti mercantili dell'Adriatico) e turismo — si sono aggiunte negli ultimi trent'anni sempre nuove iniziative in comparti più avanzati (servizi di ricerche, progettazione e documentazione soprattutto). Il turismo balneare nella fascia litoranea adriatica, un susseguirsi quasi ininterrotto di centri grandi e piccoli, ormai saldati l'uno all'altro in una lunghissima catena, dispone di un'enorme concentrazione di attrezzature ricettive che contano oltre 30 milioni di presenze annue. L'Emilia Romagna è la prima regione italiana per capacità ricettiva.
La regione fu abitata fin dai più remoti tempi preistorici, come attestano i numerosi scheggioni litici di tipo clactoniano, i manufatti di tipo levalloisiano arcaico e le grosse amigdale di tipo abbevilliano o di tipo acheuleano evoluto, tutti del paleolitico inferiore, rinvenuti per lo più in superficie sui terrazzi quaternari pedemontani o lungo la valle dei fiumi. Nella zona collinosa tra Parma e Imola abbondano invece i manufatti litici attribuibili al paleolitico medio, mentre la miglior testimonianza dell'uomo del paleolitico superiore è costituita dalle celebri statuette note come Venere di Chiozza e Venere di Savignano sul Panaro. Numerosi sono anche i resti di insediamenti riferibili ai tempi neolitici, con le cosiddette culture di Fiorano, di Chiozza e del Pescale, nonché di stazioni terramaricole risalenti all'età del bronzo. All'inizio del I millennio a.C. prese infine sviluppo, specialmente attorno all'attuale Bologna, la cultura villanoviana dell'età del ferro, che lasciò cospicui resti ceramici e metallici e vaste necropoli.
Già durante la civiltà villanoviana la regione aveva subito l'influsso della vicina Etruria; ma solo verso la fine del VI sec. a.C., quando si ebbe sulle due rive del Po una vera e propria espansione degli Etruschi, entrò nell'ambito del loro dominio organizzandosi per la prima volta politicamente in una confederazione di città (forse una dodecapoli), che aveva il centro principale in Felsina, servita dal porto di Spina (a ovest dell'od. Comacchio). Attivi erano pure i porti di Adria, di Ravenna e di Rimini, mentre all'interno, lungo la linea che fu poi seguita dalla Via Emilia, fiorirono Cesena, Modena, Parma, Piacenza e, sulle colline dell'alto corso del Reno, Misa (od. Marzabotto). All'inizio del IV sec. a.C., la prosperità della regione fu in parte distrutta dall'invasione celtica e Felsina, occupata dai Galli Boi, assunse il nome di Bononia. Nel III sec. a.C., e più precisamente tra il 225 e il 220, vi penetrarono militarmente i Romani, la cui conquista divenne definitiva al termine della guerra annibalica fra il 201 e il 191 a.C. La regione allora, assegnata a nuovi coloni in lotti regolari, di cui è rimasto il reticolato fondamentale (v. CENTURIAZIONE ), traversata dalla Via Emilia* e ordinata in provincia insieme con la Liguria, fiorì di nuova vita e per la sua posizione intermedia fra l'Italia di allora, terminante a sud della linea Magra-Rubicone, e le province del nord, fu teatro di importanti avvenimenti politici e militari: il passaggio del Rubicone da parte di Cesare, la guerra di Modena, la stipulazione del secondo triumvirato. Nell'ordinamento di Augusto fece parte dell'Italia come VIII regione col nome appunto di Emilia ed ebbe come centri principali Ariminum(Rimini), Forum Livii (Forlì), Faventia (Faenza), Forum Cornelii (Imola), Bononia (Bologna), Mutina(Modena), Regium (Reggio), Parma, Fidentia (Fidenza), Florentiola (Fiorenzuola), Placentia (Piacenza), e Ravenna sul mare a nord di Rimini; sull'Appennino piacentino Velleia. Nel V sec. d.C., quando Onorio trasportò la capitale a Ravenna (402), la parte orientale dell'Emilia, che ebbe poi il nome di Romània (Romagna), divenne il centro politico del declinante Impero d'Occidente. Quivi fu combattuta tra Odoacre e Teodorico l'ultima lotta per il possesso dell'Italia, e Ravenna, da capitale dei Goti, una volta riconquistata dai Bizantini, divenne sede dell'esarca bizantino (540). In seguito all'invasione longobarda (568), Longobardi e Bizantini ruppero l'unità della regione: i primi conquistando Modena (decaduta per più di un secolo), Parma, Piacenza e Reggio, che diventarono ducati longobardi; i secondi conservando la sezione orientale dell'esarcato* da Ravenna a Bologna; quest'ultima fu persa assieme a Imola dai Bizantini nel 728. La Promissio* Carisiaca di re Pipino (754), rinnovata da Carlo Magno nel 774, estendendo la giurisdizione papale all'esarcato pose le basi di future rivendicazioni della Chiesa, riconosciute solo più tardi da Ottone IV (1201), Federico II (1213) e Rodolfo d'Absburgo (1274). I ducati longobardi divennero quindi comitati franchi, nei quali, tra il IX e il X sec., il potere effettivo passò dai conti ai vescovi (concessioni di immunità e privilegi ai vescovi di Parma [882], di Reggio [883], di Piacenza [998]), mentre i comitati di Modena e Reggio furono dall'imperatore Ottone I (962) infeudati agli Attoni. Proprio in questa regione, durante la riforma imperiale (1046-1073) ed ecclesiastica (v. G REGORIOVII), scoppiarono gravi conflitti, per l'equivalenza tra le forze antagoniste, anche tra il clero. Sul finire dell' XIsec., tuttavia, i vescovi di parte imperiale vennero poco per volta sostituiti da ecclesiastici ortodossi sostenuti dalla borghesia. Di qui gli sviluppi comunali: regimi del genere sono attestati dal 1114 a Bologna, dal 1127 a Piacenza, dal 1135 a Modena, dal 1136 a Reggio. Lo sviluppo e la prosperità dell'Emilia-Romagna in età comunale sono strettamente collegati alla situazione ecologica della zona (fiumi, valichi appenninici, correnti di traffico) e ai generali fattori storici presenti in tutta l'Italia settentrionale (incremento demografico e culturale, lotte tra papato e Impero, crisi della feudalità). I regimi comunali si logorarono in reciproche rivalità durate più di due secoli (Fidenza contesa da Parma e Piacenza, il fiume Secchia da Reggio e Modena, gli sbocchi appenninici per le correnti di traffico dalla Toscana); momenti culminanti furono la lotta contro il Barbarossa (Parma, Piacenza, Modena, Bologna e Ferrara aderirono alla Lega lombarda del 1167, mentre quando fu rinnovata nel 1226 Parma, Reggio e Modena sostennero l'Impero) e contro Federico II (battaglia di Parma, 1248, e di Fossalta, 1249). Il riscatto dei servi della gleba (1256-1257) contribuì a indebolire la feudalità ghibellina, mentre rafforzò nelle città la borghesia, che sfruttò l'incremento della manodopera. A differenza di altre regioni, non ci fu un processo di unificazione a opera di una dinastia: la situazione geopolitica (il Po, la pressione di Venezia, di Milano e del papato) lo impedì; Parma e Piacenza gravitarono attorno a Milano, Modena e Reggio a Ferrara. A Bologna lottarono accanitamente guelfi e ghibellini, approfittandone i Visconti (1351) e il papa; mentre nelle città romagnole si affermarono regimi signorili continuamente sconvolti da congiure e guerre (gli Alidosi a Imola, i Manfredi a Faenza, gli Ordelaffi a Forlì e Cesena, i Malatesta a Rimini, i da Polenta a Ravenna). Il governo pontificio tentò di affermarsi con il cardinale Albornoz (1353-1367) e in modo più efficace con Cesare Borgia, fatto duca di Romagna nel 1501; morto papa Alessandro VI (1503), le mire veneziane sulla Romagna furono neutralizzate dai papi successivi. Durante le guerre franco-ispano- imperiali del XVI sec. la valle del Po fu il punto nevralgico della politica italiana. Tale situazione fu continua fonte di occupazioni e mutamenti. Al congresso di Bologna, tra l'imperatore Carlo V e il papa Clemente VII (1529-1530), la situazione dell'Emilia- Romagna era la seguente: Parma e Piacenza (ormai staccate dal ducato milanese), Bologna, la Romagna sotto dominazione pontificia; Reggio e Modena (come feudi imperiali) e Ferrara (come feudo papale) agli Este, signori anche di Carpi; mentre a Guastalla restavano i Torelli e a Mirandola i Pico. Nel 1545 papa Paolo III assegnò Parma e Piacenza al figlio Pier Luigi Farnese, i cui discendenti si estinsero nel 1731; nel 1598 Ferrara fu incorporata allo Stato Pontificio per l'estinzione del ramo legittimo degli Este. Durante i conflitti europei dei secc. XVII e XVIII, i vari Stati subirono contraccolpi e invasioni; nel 1731, estintisi i Farnese, a Parma e Piacenza subentrarono i Borboni. Nel 1797, dopo la pace di Campoformio, l'Emilia (salvo Parma lasciata ai Borboni) e la Romagna (le legazioni* secondo l'ordinamento di papa Clemente XI) entrarono nella Repubblica Cisalpina, che nel 1802 diventò Repubblica Italiana, senza mutamenti territoriali fino al 1805, quando Parma e Piacenza furono annesse alla Francia e il resto entrò nel Regno Italico. Il congresso di Vienna restaurò i dinasti prerivoluzionari e il dominio temporale della Santa Sede, salvo Parma e Piacenza governate da Maria Luisa d'Austria e tornate solo nel 1847 ai Borboni. La partecipazione ai moti risorgimentali fu intensa, sia con le congiure sia con le operazioni militari; dure le repressioni dei legati papali e dei sovrani. Fallito il tentativo di unirsi al Piemonte nel 1848, la fusione avvenne tra il 1859 e il 1860.
bibliografia: Enciclopedia Rizzoli-Larousse 2001