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Campania

LLargamente aperta sul mar Tirreno e compresa tra il Lazio a nord, il Molise e la Puglia a est e la Basilicata a sud; 13.595 km²; 5.762.518 ab. (416 per km²). È divisa in cinque province: Napoli, Avellino, Benevento, Caserta, Salerno; 551 comuni. Capol. Napoli.

Le coste della Campania, che si estendono per 430 km tra la foce del Garigliano e la baia di Sapri (golfo di Policastro), presentano tre grandi falcature costituenti i golfi di Gaeta, di Napoli e di Salerno; lunghe spiagge si aprono in fondo a queste insenature, mentre i promontori che le racchiudono sono rocciosi; quasi tutta rocciosa è pure la costa fra i golfi di Salerno e di Policastro. Alcune isole costiere presentano gli stessi caratteri dei promontori cui si ricollegano: così Capri è calcarea come la vicina Penisola Sorrentina, Ischia è vulcanica come gli antistanti Campi Flegrei. Per quanto riguarda il suolo, oltre il 40% è occupato da monti, una frazione quasi eguale è data da territori collinari, mentre solo il 20% risulta costituito da pianure. Alcuni rilievi della zona nordoccidentale fanno ancora parte dell'Antiappennino vulcanico (Vesuvio, 1.277 m, Campi Flegrei, vulcano di Roccamonfina), mentre i rilievi della parte più interna fanno parte dell'Appennino Campano; regioni interamente montuose sono l'Irpinia, nella zona interna, e il Cilento, a sud del golfo di Salerno. Le maggiori pianure si trovano in corrispondenza della bassa valle del Volturno, tra Caserta e Pomigliano d'Arco, tra Sarno e il mare e nella piana del Sele.

I corsi d'acqua, che scorrono per lunghi tratti profondamente incassati fra i vari gruppi montuosi, sono alimentati da abbondanti sorgenti, anche di origine carsica (il Sele, per es.); i maggiori fiumi sono il Volturno col suo affluente Calore e il Sele con gli affluenti Calore Lucano e Tanagro; in Campania hanno poi la loro sorgente alcuni fiumi che si gettano nell'Adriatico, come l'Ofanto. Complessivamente, oltre metà della superficie della Campania rientra nei bacini del Volturno e del Sele.

Il clima della Campania è molto mite: si registrano medie di 17 ºC sulle coste e valori più bassi nelle zone interne elevate: a Benevento (135 m), 14 ºC, a Montevergine (1.270 m), 8 ºC. Le precipitazioni annue possono raggiungere i 2.000 mm sui rilievi, mentre oscillano fra gli 800 e i 1.000 mm lungo le coste. La vegetazione presenta varie fasce altimetriche: macchia fino a 400 m, querce e castagni fino a 1.000 m, faggi (altrove pini o abeti) fino a 1.600 m e infine pascoli.

La Campania è terra di antichissimo popolamento; nel suo territorio e nelle isole antistanti sono state trovate tracce di genti paleolitiche e neolitiche, oltre che di abitatori dell'età del ferro, probabilmente provenienti dal Sannio. Dopo la colonizzazione greca delle zone costiere, cominciata nell' VIII sec. a.C., e l'occupazione etrusca, la conquista romana portò al progressivo addensarsi della popolazione nelle fertilissime pianure costiere che, ancor oggi, accolgono il maggior numero degli abitanti. Nel medioevo si ebbe un certo spostamento della popolazione verso l'interno, ma non come in altre parti d'Italia. Attualmente i maggiori addensamenti di popolazione si verificano intorno a Napoli (oltre 2.500 ab. per km²), a Caserta e a Salerno; anche presso Benevento e Avellino si hanno densità elevate. Napoli, la cui popolazione dal censimento 1981 a quello 1991 è diminuita di 132.635 unità, è il centro aggregante di una conurbazione notevolmente più vasta, dato che nella sua espansione ha finito per inglobare cittadine e paesi adiacenti, non solo costieri, con un totale di alcune centinaia di migliaia di abitanti. In complesso prevale, specie sulla fascia litoranea, la popolazione accentrata, mentre soltanto un settimo degli abitanti vive in dimore sparse nelle campagne. Seconda fra le regioni italiane, dopo la Lombardia, per numero di abitanti, e prima per densità (425 ab. per km² contro 375 in Lombardia e una media nazionale di 190), la Campania è al primo posto anche per il tasso di sviluppo demografico naturale, con un quoziente di natalità (1995) del 12,5‰ (media nazionale 9,1‰), un quoziente di mortalità del 7,8‰ (media nazionale 9,5‰) e quindi un saldo attivo molto superiore alla media nazionale; il quoziente di nuzialità è del 6‰ (media nazionale 4,9‰). Nonostante la forte emigrazione (secondo alcuni calcoli, oltre 800.000 persone hanno lasciato la Campania per trasferirsi in altre regioni o all'estero nel solo periodo intercensuario 1951-1971), la popolazione della regione è passata dall'8,22% di quella nazionale nel 1921 al 9,15% nel 1951, al 9,88% alla fine del 1985 e al 10,6% alla fine del 1995. Negli ultimi censimenti sono stati registrati i seguenti dati: 4.760.759 ab. nel 1961; 5.059.348 nel 1971, con un aumento del 6,3%; 5.463.134 nel 1981, con un aumento dell'8%; 5.630.280 nel 1991 con un aumento del 3,5%.

L'economia della regione presenta un quadro complesso e male articolato, in cui ad aree di sviluppo e prosperità notevoli si alternano zone ove scarsità di risorse naturali e insufficienza degli investimenti pubblici e privati, unitamente al sovraccarico di popolazione, concorrono a determinare situazioni di profondo malessere sociale: depressione dei consumi, disoccupazione, sottoccupazione, sovrabbondanza di manodopera non qualificata. Secondo dati ufficiali relativi al 1996, le forze di lavoro costituiscono soltanto il 34% della popolazione (media nazionale 39%), e gli occupati rappresentano appena il 74,4% delle forze di lavoro (media nazionale 87,9%). L'agricoltura, cui si dedica il 10,6% delle forze di lavoro occupate, costituisce una risorsa di considerevole importanza per l'economia regionale. La coltivazione dei cereali, un tempo tipica della regione e soprattutto delle sue aree più interne e arretrate, viene gradualmente abbandonata, soprattutto nelle zone più fertili (piane del Garigliano, del Volturno e del Sele) ove, grazie anche a un ben pianificato sviluppo delle opere infrastrutturali e irrigue, e al generale miglioramento dei trasporti autostradali e stradali, si praticano su scala sempre maggiore colture redditizie, la cui produzione è destinata in parte sempre più rilevante ai grandi mercati urbani non solo di Napoli e di Roma, ma anche di molti centri dell'Italia settentrionale; e, in misura non trascurabile, anche all'esportazione. La Campania è al primo posto assoluto fra le regioni italiane in produzioni disparate come quelle di patate (oltre il 20% della raccolta nazionale), albicocche (oltre il 28%), fichi e nocciole, e ai primissimi posti in numerosi altri settori ortofrutticoli: legumi freschi e da granella (fave, fagioli, piselli), pomodori, peperoni, melanzane, carciofi, insalate, pesche, peschenoci, susine, ciliege, noci, mele, pere; notevoli, inoltre, le produzioni di olive e olio, uva da tavola e da vino, agrumi, tabacco, canapa. Un peso relativamente poco rilevante hanno la zootecnia — praticata soprattutto nei settori bovino, bufalino e suino e nota comunque per produzioni caratteristiche, come quella della mozzarella — e la pesca, meno sviluppata che in altre regioni tirreniche e ioniche. La Campania è tradizionalmente la regione più industrializzata del Mezzogiorno. L'attività industriale della regione, caratterizzata da forti squilibri territoriali, è concentrata intorno a Napoli, Caserta, Salerno, nell'entroterra salernitano, nell'avellinese e nell'alta Valle dell'Ofanto. Nell'area tra Napoli e Caserta è concentrato il 90% dell'occupazione manifatturiera. Oltre ai settori tradizionali (alimentare, calzaturiero e lavorazione di cuoio e pelli), si registra la presenza di industrie elettroniche, meccaniche e automobilistiche. Fatta eccezione per l'industria conserviera e automobilistica, tutti gli altri settori attraversano una fase di declino. Il polo siderurgico di Bagnoli, rivelatosi altamente antieconomico, è attualmente in fase di riconversione. Anche in termini di occupazione, l'apporto dato dalle grandi imprese nazionali e multinazionali che negli ultimi decenni hanno aperto stabilimenti in Campania (Alfasud, Aerfer, Olivetti, 3M, Ceramiche Pozzi, Indesit, Ideal Standard) è stato inferiore alle previsioni. Notevole è il numero delle piccole e medie aziende che operano nel settore chimico-farmaceutico e in quello tessile. Fra le attività terziarie, uno dei contributi più rilevanti all'economia della regione è quello dato dal movimento portuale. Napoli è al primo posto in Italia per numero di passeggeri imbarcati e sbarcati (circa 2 milioni l'anno, in maggioranza per navigazione di cabotaggio), mentre ha perso molte posizioni nel traffico di merci a favore di porti più piccoli, ma meglio attrezzati, della costa tirrenica. Tradizionalmente sviluppata l'attività turistica, sia nel capoluogo e in altri centri ricchi di attrattive archeologiche e artistiche (Pompei, Ercolano, Paestum, Caserta, Santa Maria Capua Vetere), sia nelle numerose stazioni balneari della costa e nelle celebri isole di Capri e Ischia.

Il 23 novembre 1980 una parte considerevole della regione è stata colpita da un terremoto che ha causato la morte di oltre 2.500 persone, soprattutto nelle province di Napoli e Avellino, e gravi distruzioni, per cui sono rimasti senza tetto circa 150.000 abitanti delle suddette province e, in misura minore, di quelle di Benevento, Caserta e Salerno. Gli edifici a uso abitativo distrutti dal sisma sono stati nella quasi totalità ricostruiti in base a criteri urbanistici aggiornati — soprattutto nel territorio comunale di Napoli — e le misure di sgravio e incentivazione decise dal governo per favorire il ripristino e il rafforzamento delle strutture economiche hanno avuto qua e là risultati positivi, attraendo nuovi insediamenti industriali e facilitando l'accorpamento di fondi agricoli di superficie modesta in aziende di dimensioni maggiori. Il rischio sismico è comunque un ulteriore elemento negativo per la regione, e soprattutto per la sua fascia costiera vulcanica. Anche se i terremoti di origine vulcanica non sono facilmente inquadrabili in uno schema sismotettonico classico, essi possono avere, pure su estensioni modeste, intensità molto alta, particolarmente pericolosa in aree densamente popolate come quella partenopea.

La Campania fu primitivamente abitata dagli Ausoni (Aurunci) e dagli Opici, poi, verso l' VIII sec. a.C., le coste furono colonizzate dai Greci, che fondarono Cuma, e, nel VI sec., le zone interne furono occupate dagli Etruschi, che costituirono una lega di dodici città con a capo Capua. Abbattuto il dominio etrusco per opera soprattutto di Cuma (524 e 474 a.C.), nella seconda metà del V sec. a.C. iniziò l'invasione, dalle montagne verso il mare, dei Sanniti. Capua (440 circa) e Cuma (425 circa) furono conquistate e gli invasori imposero il loro linguaggio alla popolazione indigena, mescolandosi in parte con essa. Da siffatta fusione derivò la nuova popolazione della pianura campana, quella degli Osci, con una fisionomia ben distinta da quella dei Sanniti, tanto che, quando costoro in una seconda ondata mossero dalle loro montagne per invadere la Campania, Capua si rivolse per aiuti a Roma (343 a.C.). Da qui l'origine delle tre guerre sannitiche (343-290 a.C.), il cui esito fu l'occupazione di tutta la regione sia interna sia costiera da parte dei Romani, che vi fondarono parecchie colonie (Cales, Suessa, Literno, Pozzuoli, ecc.) e l'introdussero nell'ambito della loro egemonia. Tranne la grave defezione di Capua e di alcune città minori, che si allearono ad Annibale nella seconda guerra punica, e la partecipazione, sia pure limitata, alla rivolta dei soci italici, la Campania accolse l'ordine nuovo creato da Roma e, avutane la cittadinanza, subì un profondo processo di romanizzazione, conservando però caratteri greci in alcuni centri, come Napoli e Pompei. Per le sue bellezze naturali, per la mitezza del clima e la fertilità del suolo fu considerata come la regione della penisola più ricca di beni della fortuna (Campania felix): le sue coste offrivano posti incantevoli per la villeggiatura dei ricchi signori; il suolo forniva grano e miglio di rendimento maggiore che nel Lazio e produceva inoltre in abbondanza olio, frutta, legumi, vini prelibati come il falerno, e rose che servivano per la preparazione dei famosi profumi di Capua. Dopo aver fatto parte con il Lazio, nella divisione augustea, della prima regione d'Italia, la Campania divenne sotto Diocleziano una provincia a sé, mantenendo la sua unità anche sotto gli Ostrogoti e i Bizantini. Sottoposta da Giustiniano all'autorità civile di un giudice e militare di un duca, coll'occupazione longobarda di Benevento (570 circa) vide spezzata la propria unità territoriale: costituitosi il ducato, poi principato indipendente (758), di Benevento, questo comprese dapprima Capua e Salerno, che nell'840 divennero esse pure sedi di principati longobardi del tutto autonomi. All'Impero rimasero, praticamente solo di nome, Napoli e la regione costiera centrale; più a sud, Amalfi, arricchitasi coi traffici marittimi svolti da un'assai numerosa flotta, riuscì nei secc. IX - XI a ordinarsi in fiorente ducato indipendente sia dai Bizantini sia dai Longobardi. Nel 1030 i Normanni ebbero in feudo dal duca di Napoli la contea di Aversa, loro primo possesso nell'Italia meridionale che, nei cent'anni seguenti, finì per cadere interamente sotto il dominio normanno: dopo la definitiva conquista di Napoli nel 1139, la Campania, nei secc. XII e XIII, fu dunque compresa nel regno di Sicilia e soggetta alla monarchia normanno-sveva; venuta poi in possesso degli Angioini e degli Aragonesi, ne subì il vessatorio dominio sino all'inizio del XVI sec. Subentrati a questi gli Spagnoli (1503-1707) e poi gli Austriaci (dal 1707 [possesso ratificato a Rastatt, 1714] sino al 1734), la storia della Campania, con l'avvento al trono di Napoli di Carlo VII di Borbone (1734), s'identifica con quella del nuovo regno di Napoli e Sicilia, e poi della Repubblica Partenopea e del regno delle Due Sicilie. Il periodo seguente l'annessione (1860) all'Italia fu turbato da gravi problemi economici e politici, ai quali in particolare si aggiungeva quello del risanamento demografico e urbanistico di Napoli, dove nel 1884 dilagò una grave epidemia di colera. Nella seconda guerra mondiale gli Alleati effettuarono, dopo quello in Calabria, un sanguinoso sbarco a Salerno (9 settembre 1943) e, presa Napoli quando ormai la città era stata evacuata dai Tedeschi, fecero dei porti della Campania, sino al termine della guerra, le loro maggiori basi logistiche in Italia. La Campania ebbe comunque molto a soffrire dal conflitto, soprattutto nella sua parte settentrionale, dove le vicende belliche diedero luogo a una serie di aspri combattimenti fra Alleati e Tedeschi, che si protrassero fino all'inizio del 1944.

 

bibliografia: Enciclopedia Rizzoli-Larousse 2001